|
Prestazioni, turni e cure
Corriere della Sera, Lombardia
13/07/2007
Tre parole per descrivere il mestiere dell'infermiere? Queste forse: “scienza, tecnologia e
conoscenze”. Ma c'è qualcuno oggi, in Italia, che la pensa così? Recentemente su Repubblica Mario
Pirani ha dedicato diversi articoli agli infermieri, sostiene sostanzialmente che 22 professioni
sanitarie (vari tipi di lauree: 2 anni, 3 anni, 3 + 2) senza una articolazione gerarchica preludono
al caos (“chi la porterà la padella fra tanti dott e prof ?”).
La risposta gli infermieri l'hanno affidata a una pagina di pubblicità, il 16 maggio sul
Corriere. Si legge che “l'integrazione professionale e il lavoro di squadra sono una necessità
ineludibile, che “il ritorno a rigide gerarchie tra professioni, non solo è anacronistico, ma
risponde a vecchie logiche”, che “gli infermieri continuano ad impegnarsi anche nelle condizioni
difficili che oggi attraversa il sistema sanitario”.
Giusto, ma perché non dire anche che c'è un rapporto preciso fra buona qualità di cure degli
infermieri e evoluzione delle malattie? (cioè se gli infermieri sono bravi ci sono meno infezioni,
meno piaghe da decubito, meno trombosi venose profonde, meno embolie al polmone e perfino meno
morti) e che questo è stato documentato da tanti studi recenti?
Certo, dove le cose vanno davvero bene, infermieri e medici lavorano in assoluta sintonia fra
loro e non solo anche con tecnici di laboratorio e di riabilitazione per esempio, e poi con
matematici, fisici e ingegneri (ce ne saranno sempre di più di non-medici negli Ospedali). C'è chi
ha saputo crearla una squadra così, ma bisogna crederci e farlo con le persone giuste, dopo può
diventare un progetto entusiasmante. Nessun bravo medico oggi, specialmente per le attività più
complesse, rinuncerebbe alle capacità, allo spirito critico e alle conoscenze degli infermieri.
Gerarchie e sudditanze sono davvero cose del passato. Tutto bene allora? No, problemi ce ne
sono ancora a cominciare dal fatto che non c'è prestigio, o non abbastanza per chi fa questo lavoro
almeno non da noi (in Inghilterra e negli Stati Uniti è diverso) ed è questo forse che scoraggia
tanti giovani a voler essere infermieri.
Il giorno di Natale del 2006 il New York Times ha pubblicato in prima pagina la storia
di De Bakey. Michael De Bakey ha insegnato a tutti i cardiochirurghi del mondo a riparare
l'aorta se si rompe. Quando è successo a lui, per via di un aneurisma, non si trovava nessuno che
volesse operarlo (aveva 97 anni).
Alla fine lo ha fatto un chirurgo che aveva lavorato con lui per più di 40 anni. De Bakey
dopo l'intervento è stato in rianimazione per un anno. Il New York Times parla dei medici che lo
hanno curato con tutti i possibili dettagli e del ruolo di ciascuno. Durante il periodo passato in
rianimazione, De Bakey aveva una macchina che respirava per lui, un foro nello stomaco per
alimentarlo e la dialisi, e intorno tanti infermieri a occuparsi di lui.
Se oggi De Bakey sta bene, a 98 anni ed è tornato persino a insegnare, lo si deve anche a
loro. Ma non c'è una riga nel New York Times del 25 dicembre 2006 per nessuno di loro. Chi magari
dopo una malattia grave o gravissima esce dall'Ospedale guarito parla volentieri dei medici, ne
parla in famiglia, con gli amici con quelli che incontra, e lo fa con ammirazione, affetto,
riconoscenza. Qualcuno si ricorda anche degli infermieri “com'era gentile” dice, “mi sono svegliato
dall'anestesia e c'era un angelo vicino a me”.
Ma c'è molto di più nel lavoro degli infermieri che stanno con l'ammalato tutto il tempo. I
dottori no. Se qualcosa non va, è l'infermiere il primo ad accorgersene. La cosa che conta davvero
è poter stabilire un rapporto di causa e effetto fra il lavoro degli infermieri e come va
l'ammalato (se guarisce o no e se muore di meno). Da tante parti succede già, deve poter succedere
dappertutto, e bisogna poterlo documentare. Il prestigio viene da lì, soprattutto. Purché se ne
parli e per questo serve l'impegno di tutti.
Giuseppe Remuzzi
|