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17/5/2007

L'Italia è il paese europeo in cui si utilizza poca morfina, nonostante ve ne sia purtroppo una grande necessità dato il numero di pazienti portatori di tumore (e non solo) che, arrivati ad uno stato terminale, manifestano dolori che dovrebbero essere leniti.

Perché? Le ragioni per cui i medici italiani sono restii a prescrivere morfina e in generale oppioidi sono molteplici e possono essere così riassunte. In primo luogo c'è un problema generale di cultura perché il dolore è sempre stato visto –anche per motivi religiosi – come un mezzo di purificazione.

Resistere al dolore è considerato un atto virile, una risposta dell'uomo che non si arrende di fronte all'aggressione del male.

Tollerare il dolore è considerato spesso un modo con cui si possono ottenere meriti nell'aldilà. Il problema culturale di fondo si unisce anche ad una specie di fobia nei confronti degli oppioidi e della morfina in particolare, dovuta all'abuso che si fa di questi prodotti per ragioni che nulla hanno a che fare con l'impiego terapeutico.

La proposta di impiegare morfina si accompagna spesso ad una reazione: “non c'è poi il pericolo di divenire dipendente?”.
Pubblico e medici temono questa complicazione, anche se i dati scientifici mostrano il contrario. Infatti la possibilità di divenire dipendenti in seguito ad un trattamento antidolorifico con oppiodi è dello 0.01 per cento, il che vuol dire che si ha una dipendenza ogni diecimila pazienti trattati.

Un'altra ragione che valeva molto di più qualche anno fa è rappresentata dagli adempimenti burocratici. Per evitare che le prescrizioni di morfina finissero nel mercato illecito, si sono poste molte limitazioni: ricette speciali fornite direttamente dagli Ordini dei Medici, dosi limitate, prescrizioni non ripetibili, rendiconti delle prescrizioni effettuate erano obblighi che rallentavano l’impiego di questi analgesici. Oggi tuttavia esiste una minore burocrazia e quindi anche questa non è più una scusa sostenibile.

È comunque ridicolo che si stabiliscano regole per gli ammalati quando farmaci d'abuso si possono acquistare a tutti gli angoli delle strade!

Un'altra ragione risiede negli effetti collaterali dei morfinici fra cui fa particolarmente paura la depressione respiratoria con una conseguente diminuzione della durata di vita.
In altre parole è opinione diffusa che dosi crescenti di morfina finiscano per uccidere i pazienti cui si vorrebbe portare conforto. Anche questa è una “leggenda metropolitana” che non trova riscontro nella letteratura scientifica.

Quando si operi una titolazione della morfina in modo competente da coloro che si occupano di medicina palliativa, i rischi di depressione respiratoria sono minimi. I dati pubblicati recentemente, provenienti da oltre 700 hospice con pazienti terminali per tumori, malattie respiratorie e malattie cardiache mostrano che l'impiego di morfina anche a dosi elevate non determina variazioni significative nella durata della vita.

Questi dati non sono nuovi, sono solo una conferma di quando era già noto in studi di minore dimensione. Nell’analisi della morfinofobia non va dimenticata la resistenza dei familiari che temono l'impiego degli oppioidi, come una specie di ultima spiaggia cui si ricorre quando non vi è più nulla da fare. Per questo si cerca di procrastinare il più possibile l'uso della morfina anche per non allarmare l'ammalato, ma la conseguenza è la rinuncia a rendere migliore la qualità di vita del paziente.

È chiaro che la morfina non deve essere un antidolorifico da impiegare alla leggera e in prima linea. Deve essere utilizzato solo quando si sia esaurita la possibilità di dominare il dolore con altri mezzi, partendo dall'aspirina per passare ai farmaci antinfiammatori non steroidei, agli analgesici e finalmente ai morfinici.

Spesso non si usa morfina, ma altri derivati perché hanno un costo più elevato e quindi hanno più possibilità di investire risorse in propaganda. Nessuno sollecita l'impiego della morfina perché non è brevettata, fa parte dei farmaci generici o equivalenti e costa troppo poco.

In definitiva quando le terapie specifiche non hanno più un ruolo significativo, diventa un obbligo per il medico l'impiego di farmaci antidolorifici. Accanto all'abitudine di misurare la febbre, la pressione ed altri parametri dovrebbe divenire una regola per ogni medico rendersi conto del livello di dolore di ogni paziente e provvedere di conseguenza.

Silvio Garattini

 

 
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Ultimo aggiornamento: 22 maggio 2012 20.38.14 CEST