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AIDS, rendere obbligatorio il test
Corriere della Sera, Lombardia
13/07/2008
Venticinque anni fa precisi Luc Montagnier all’Istituto Pasteur di Parigi scopriva che causa
dell’AIDS era il virus dell’HIV. Il mondo ha tirato un sospiro di sollievo. L’AIDS era una malattia
misteriosa. Giovani adulti senza difese immunitarie avevano infezioni mai viste prima e morivano. E
nessuno sapeva perché. Da allora al mondo si sono infettati in 60 milioni e ne sono morti 25
milioni. Nel 2007 le persone infette con l’HIV erano nel mondo 33 milioni, 2 milioni e mezzo si
sono infettati nel corso dell’anno, più di 2 milioni sono morti. E il virus dell’AIDS adesso si
diffonde al di fuori dei gruppi un tempo considerati a rischio. Sempre più persone - giovani e meno
giovani - arrivano in Ospedale con manifestazioni di malattia già gravi. Non sapevano di essere
sieropositivi, il partner, anche lui non sapeva. E non è nemmeno vero che sia la povertà ad
aumentare il rischio di contrarre le malattie. Nemmeno in Africa. In Kenya per esempio tra i poveri
la prevalenza dell’HIV è del 3.9%, tra le classi più ricche del 12%.
Si sperava nel vaccino, ci hanno provato in tanti per anni ma nonostante gli sforzi,
non c’è verso per ora di averne uno che funziona. Perché? Perché l’HIV cambia continuamente e ha
acquisito la capacità di sfuggire al controllo del sistema immunitario. Non solo, ma l’HIV vive
proprio nelle cellule responsabili della risposta immune, le danneggia o le uccide e questo rende
tutto più difficile. Di più, studi su un gruppo di volontari hanno fatto vedere che c’è addirittura
più probabilità di ammalarsi se uno si vaccina. Per fermare l’epidemia insomma non si può contare
sul vaccino, non adesso per lo meno. C’è un altro sistema? Sì, fare il test a tutti giovani e
adulti, fino ai 65 anni, in tutte le occasioni possibili. E curare i sieropositivi prima che si
ammalino. Chi ha fatto il test e sa di essere positivo è più attento, lo dimostrano gli studi più
recenti. E questo basta a ridurre il diffondersi del virus. Non solo, ma le cure di oggi abbassano
la carica virale (c’è meno virus nel sangue) e si è visto che questo da solo basta a limitare la
diffusione del virus anche se uno non cambia le sue abitudini. Secondo il centro per il
controllo delle malattie di Atlanta, negli Stati Uniti, tutti quelli che hanno a che fare con un
Ospedale – ambulatorio o ricovero – se sono adulti o adolescenti o donne in gravidanza dovrebbero
essere sottoposti al test. E lo devono fare naturalmente tutti quelli che sono ad alto rischio per
HIV almeno una volta all’anno. A rischio sono gli omosessuali, le persone che si drogano con
farmaci che vengono iniettati endovena, i loro partner, chi si prostituisce. E i partner delle
persone infette qualunque siano le loro abitudini sessuali. E non basta, il test si dovrebbe fare
sempre prima di intraprendere una nuova relazione sessuale. Da qualche tempo i ricercatori hanno
capito che i farmaci antiretrovirali – di quelli che abbiamo a disposizione oggi - se si impiegano
precocemente cioè al momento in cui il virus entra nel sangue o addirittura prima, impediscono al
virus di replicarsi. Così quella persona lì non si ammalerà mai e non trasmetterà l’infezione a
nessuno. Ma allora il modo di fermare l’epidemia c’è? Certo. Prima però devono cadere pregiudizi e
paure che circondano AIDS e ammalati di AIDS da più di trent’anni. E poi perché sacrificare la vita
di tanti ragazzi giovani e di tanti adulti alla religione della privacy? Quello dell’AIDS è un
virus come tutti gli altri, come quello del morbillo e della poliomielite. Ma per l’AIDS il vaccino
non c’è e non ci sarà per tanti anni. E allora bisogna fare come si fa per la malaria (con quelli
che viaggiano), curarsi appena si è contratta l’infezione o addirittura prevenirla.
A New York lo si sta facendo. Chi governa la sanità sta cercando di convincere i medici a
fare il test a tutti partendo da quelli che hanno più chance di essere esposti all’AIDS. Lo si
potrebbe fare anche a Milano. Sarebbe un modo concreto per dimostrare a chi è scettico che delegare
alle Regioni la responsabilità della cura dei cittadini è stata una buona idea. Dopo se funziona lo
si farà in Italia.
Giuseppe Remuzzi
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