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Un'agenzia per la ricerca nel nome del merito
Il Messaggero
4/05/2008
Nelle precedenti tornate elettorali si parlava molto di ricerca scientifica, ma poi indipendente
dal colore dei Governi, il risultato era sempre quello: la riduzione dei fondi a vantaggio di altre
categorie, l’ultima è andata a vantaggio degli autotrasportatori. Questa volta le problematiche
della ricerca scientifica non sono state mai neppure menzionate dai contendenti: speriamo che porti
fortuna! E’ obbligo ricordare che un Paese come il nostro, che manca quasi completamente di materie
prime, ha bisogno di realizzare prodotti ad alto valore aggiunto per i mercati internazionali,
questi possono arrivare solo attraverso il potenziamento della ricerca scientifica. Ricerca che
richiede necessariamente una programmazione a tempi lunghi dove sia ben equilibrato l’impegno per
la ricerca di base – apparentemente senza finalità immediate – e la ricerca di trasferimento che
deve sfruttare le conoscenze per trasformarle in prodotti di vario tipo. La programmazione deve
tener conto della situazione italiana in cui i ricercatori sono la metà di quelli degli altri Paesi
europei e – salvo eccezioni – non raggiungono quella massa critica che oggi è necessaria per essere
competitivi. Apparentemente il contributo pubblico alla ricerca (o,6% del prodotto interno lordo)
sembra non essere diverso da quello degli altri Paesi, ma di fatto serve solo per pagare la pletora
degli amministratori e dei professori universitari. La spesa per la ricerca è inoltre
imprevedibile, manca di continuità, viene dispersa in molti rivoli, privilegia gli amici, è
influenzata pesantemente dalla politica; e per tutte queste ragioni è largamente irrispettosa del
merito.
Una prima proposta è perciò
quella di fare chiarezza sulla destinazione dei fondi: occorre distinguere chiaramente ciò che è
destinato all’Università e ciò che rappresenta l’investimento per la ricerca. I fondi destinati
alla ricerca devono essere spesi su base competitiva e devono essere aperti a tutti i centri di
ricerca non-profit indipendentemente dalla loro denominazione. Beninteso è necessario che i fondi
disponibili aumentino e in modo significativo, perché quando si è nella “miseria” non è possibile
operare quei cambiamenti che sono indispensabili per spendere bene i soldi di tutti. Si ha l’i
mpressione che la gente abbia capito molto più dei politici l’importanza della ricerca soprattutto
quella che riguarda la salute e che quindi sia disposta anche ad accettare sacrifici in altri campi
e a contribuire come di fatto fa rispondendo all’appello delle “charities”. I cambiamenti necessari
sono di due ordini: fissare le priorità e le risorse (compito dei politici) e mettere in atto
criteri meritocratici per la distribuzione delle risorse (compito della comunità scientifica). Il
primo cambiamento deve essere fondamentalmente ancorato al mondo industriale: in alcuni settori l’i
ndustria già esiste, ma deve raggiungere dimensioni adatte, in altri settori lo sviluppo della
ricerca rappresenta la condizione per creare attività industriali. Le risorse devono essere almeno
raddoppiate così come ha fatto quest’anno la Spagna e come ha fatto negli anni passati l’Irlanda.
Il secondo cambiamento è più difficile e non può certo essere lasciato nelle mani dell’Università
che non ha dimostrato capacità di selezione neppure al suo interno. Occorre quindi un cambiamento
forte, come la realizzazione di una Agenzia Italiana per la Ricerca Scientifica (AIRS) dotata di
autonomia, sganciata dai Ministeri, possibilmente lontana da Roma. L’AIRS deve essere una struttura
snella, con competenze tecnico-scientifiche, idealmente capace di coordinare tutta la ricerca
italiana, pubblica e privata non-profit, attraverso bandi di concorso con una valutazione fatta da
comitati internazionali. Certamente non sarà facile indurre i vari Ministeri a rinunciare al loro
piccolo-grande potere di distribuzione, ma l’assemblaggio delle risorse è una condizione
indispensabile: può avvenire in modo graduale, ma deve avvenire in tempi non biblici. Il compito
dell’AIRS abbraccia altre necessità.
In primis il reclutamento dei giovani ricercatori che
oggi è difficile perché le migliori “teste” si rivolgono ad altri campi dove la carriera è meno
insicura e le possibilità di migliorare sono maggiori. Occorre istituire un percorso che parta da
borse di studio non da fame per ottenere il PhD, non il dottorato di ricerca all’italiana, e
prosegua con contratti di ricerca post-doc e con posizioni a tempo indeterminato per i migliori,
scindendo la carriera universitaria da quella della ricerca scientifica. L’AIRS avrà molti compiti
fra cui quello di organizzare il supporto dell’accademia alla ricerca industriale, soprattutto
delle piccole-medie imprese, un problema ancora irrisolto che richiede una nuova impostazione. L’a
ltro compito fondamentale è rappresentato dalla necessità di un’interfaccia con l’Unione Europea.
Sempre di più dobbiamo essere pronti ad abbandonare la prospettiva di una ricerca nazionale per
integrarci nella ricerca Europea che dovrà dilatarsi e andare velocemente oltre la striminzita
disponibilità economica limitata solo al 4 per cento delle risorse nazionali destinate alla
ricerca. L’AIRS dovrà anche cercare sinergie per aumentare i finanziamenti per la ricerca,
interagendo ad esempio con le fondazioni bancarie nazionali. Infine deve essere chiaro che l’AIRS
deve abbandonare la tendenza italiana a finanziare la ricerca per discipline o per gruppi di
discipline, per rivolgersi ai grandi problemi: l’energia, l’ambiente, la salute e così via,
estraendo da queste grandi aree tematiche specifiche da affrontare con mentalità
multidisciplinare.
Il rinnovamento dell’o
rganizzazione della ricerca e l’aumento delle risorse disponibili non sono una risposta alle spinte
corporative dei ricercatori, sono un indispensabile impegno del nuovo Governo se si vuole mantenere
all’Italia il suo ruolo di paese industriale e agli italiani delle future generazioni almeno l’a
ttuale livello di vita.
Silvio Garattini
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