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La matematica? Solo per sport
Corriere della Sera
19/01/2008
Nell’antica Grecia l’atleta era kalos kai agathos che è prestazione fisica, ma ancora di più
cultura. Ercole era un atleta, ma anche un uomo coraggioso di grande cultura e forza interiore. E
la spiegazione c’è, l’attività fisica ha effetti sul cervello, ne preserva la struttura e ne
migliora la funzione. “Fatti furbo, fai esercizio per il cuore, fa bene al cervello e migliora le
tue capacità di capire”. E’ il titolo - tradotto un po’ liberamente - di un lavoro appena
pubblicato su Nature Neuroscience che prende in esame tutte le evidenze disponibili. Si sa da anni
che animali costretti a muoversi apprendono più facilmente e hanno più memoria. Adesso si comincia
a capire che è così anche per l’uomo. Risonanza magnetica ed elettroencefalogramma vanno d’accordo
nel far vedere che in chi fa attività fisica - bambini prima dell’adolescenza, adulti e perfino
persone anziane – si attivano le aree del cervello che presiedono ai processi cognitivi (corteccia
pre-frontale e corteccia cingolata parietale posteriore quando si legge, e regioni del solco
intraparietale e corteccia pre-frontale per la matematica). Uno studio fatto in California qualche
anno fa ha fatto vedere che se i ragazzi fanno regolarmente esercizio fisico a scuola vanno meglio,
in matematica per esempio, ma anche per le altre attività, e c’è più capacità di concentrazione.
Qualcuno ha voluto vederci chiaro. Possibile che ci sia davvero un rapporto fra capacità di “far di
conto” e esercizio fisico? La capacità di affrontare problemi matematici dipende sia nei bambini
che negli adulti dal solco intraparietale, ma nei bambini serve anche un’altra area del cervello,
la corteccia prefrontale destra nella sua parte dorsolaterale. Dal momento che se uno fa attività
fisica si attiva la regione frontoparietale del cervello, era logico mettere in rapporto queste due
attività e s’è fatto in diversi studi, due anche molto recenti. C’è uno studio negativo, ma il
metodo di rilevazione era poco affidabile (si chiedeva agli insegnanti se avessero notato nessun
miglioramento in matematica dopo che i ragazzi avevano fatto esercizio fisico). Quando invece si
sono fatte misure precise – i dati vengono dall’Università dell’Illinois, del 2007 su 259 ragazzi
dai 6 ai 14 anni - s’è visto che l’attività fisica migliorava i risultati della scuola in generale,
e non solo, più si faceva attività fisica migliori erano i
risultati raggiunti in matematica. A questo punto uno vorrebbe sapere il perché. E spiegazioni ce
ne sono, diverse. Forse è perché arriva più sangue al cervello in particolare all’ippocampo
che vuol dire più capacità di apprendere e più memoria per lo meno nei topi come hanno dimostrato
scienziati di New York e di La Jolla in uno studio davvero sofisticato basato su tecniche
modernissime capaci di valutare insieme immagini e funzioni di certe aree del cervello. E’
probabile che più sangue al cervello serva a formare nuove cellule nervose e nuove connessioni fra
i neuroni. Per andare più a fondo servivano studi che aiutassero a capire cosa succede davvero nel
cervello di chi fa attività fisica. Questo nell’uomo non si poteva fare e s’è fatto negli animali.
Gli scienziati hanno visto che nei roditori l’esercizio fisico aumenta il numero dei neuroni dell’i
ppocampo, non solo, ma i neonati di madri che hanno fatto dell’esercizio durante la gravidanza
hanno più cellule nervose (nell’ippocampo) di quanto non succeda ai neonati di madri che in
gravidanza si muovevano poco. E’ un po’ quello che succede in chi ha l’Alzheimer: una riduzione
importante di neuroni nell’ippocampo che si può prevenire con l’esercizio fisico. Ma com’è che l’e
sercizio fisico fa aumentare il numero di neuroni? E’ possibile che tutto, o molto, dipenda da un
fattore neurotrofico, i medici lo chiamano con la sigla BDNF (brain-derived neurotrophic factor).
Questo fattore si produce proprio nell’ippocampo ed è capace di far crescere le cellule nervose e
prolungarne la sopravvivenza. Scienziati di Los Angeles, in California, hanno documentato che l’a
ttività fisica negli animali aumenta l’espressione del gene che forma questa proteina e così si
trova più BDNF nel sangue e nel cervello. E’ così anche nell’uomo? Sì, anche nell’uomo i livelli di
BDNF nel siero aumentano dopo l’esercizio fisico. E c’è la controprova, le persone con l’Alzheimer,
il Parkinson, quelli che sono depressi o chi ha l’anoressia hanno meno BDNF del normale, sia nel
siero che nel cervello (e hanno meno neuroni). Ma che rapporto c’è fra quantità di sangue in certe
zone del cervello e numero di neuroni? Le cellule del cervello che si moltiplicano hanno bisogno di
più nutrienti e questo stimola la crescita di nuovi vasi sanguigni. I vasi si formano in
rapporto alla presenza di molecole capaci di stimolare l’angiogenesi come VEGF (vascular
endothelial growth factor 1) e IGF1 (insulin-like growth factor 1). Questo è stato dimostrato
sperimentalmente, se uno mette VEGF o IGF1 nel cervello degli animali si formano nuovi vasi. L’e
sercizio fisico fa formare anche nuovi vasi sanguigni attraverso la produzione di VEGF e IGF1.
Tutte insieme queste ricerche dimostrano che l’esercizio migliora le capacità cognitive
perché libera sostanze capaci di far formare nuovi neuroni e migliorare l’architettura del
cervello. I dati negli animali, ma anche quelli ottenuti nell’uomo fanno vedere che gli effetti
favorevoli del muoversi sul cervello ci sono sempre, in tutti i periodi della vita e perfino
nelle persone anziane. Certo, c’è ancora molto da capire, per esempio quando bisogna cominciare l’a
ttività fisica? Forse prima si comincia, meglio è. E quanto deve essere intensa l’attività fisica?
E quanto spesso ci si deve muovere e per quanto tempo? E poi, non è mai troppo tardi (per
cominciare un programma di attività fisica)? Forse no. E gli effetti devastanti delle malattie
neurodegenerative si possono attenuare con l’attività fisica? Forse sì.
Giuseppe Remuzzi
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