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Poca voglia di cambiare in un mondo che cambia
Corriere della Sera, Lombardia
26/06/2008
1492, Cristoforo Colombo arriva in America finalmente, gli va incontro uno: “che novità ci sono in
Valle Imagna?” (ce lo raccontava il professore di storia alle medie) non sarà vero, ma le sorgenti
del Mississippi le ha scoperte davvero un bergamasco. Tre cose che mi legano a Bergamo, e tre che
vorrei cambiare? Bergamo è bellissima. Garret FitzGerald, uno dei grandi scienziati del nostro
tempo qualche anno fa, a due passi dalla casa di Giulio Natta, si è guardato intorno e…“ma qui è
più bello che a San Francisco”. Ed è in ordine Bergamo, le facciate delle case, i giardini grandi o
piccoli, anche solo un vaso di fiori. E poi a Bergamo ci si aiuta e si aiuta chi viene da lontano
(hanno perfino organizzato i mondiali di calcio fra gli immigrati di tutti i Paesi, due sere fa il
Brasile ha battuto il Senegal ed è campione). Per anni Bergamo si è fatta carico, con la raccolta
di sangue dell’AVIS, delle esigenze di chi sangue non ne aveva proprio. L’AIDO che invita a donare
i propri organi dopo la morte a chi ne ha bisogno per vivere, è nata a Bergamo. Se c’è un disastro
o quando qualcuno chiede soldi per la ricerca, Bergamo è lì in cima alle classifiche. La terza
cosa: abbiamo un grande Ospedale. Bergamo all’estero è conosciuta per le sue imprese, certo ma
anche per certi dottori dell’Ospedale. E adesso ci sarà quello nuovo, la più grande opera pubblica
mai realizzata dalle nostre parti e lo si sta facendo nei tempi previsti. C’è moltissimo
ancora da fare ma siamo sulla strada giusta. Se la politica non rovinerà tutto, l’Ospedale di
Bergamo con i suoi dottori ed i suoi infermieri sarà un punto di riferimento per il Paese.
Ma cosa c’è che non va nella città di Bartolomeo Colleoni, dei Tasso, di Giacomo Quarenghi,
di Gaetano Donizetti, e poi di Bonferroni, Viterbi, Angelo Giuseppe Roncalli, Gianandrea
Gavazzeni, Filippo Maria Pandolfi, Ermanno Olmi, Nicola Trussardi (e Krizia), Gimondi, Garattini?
Cosa c’è che non va nella città che ha una decina di imprese fra le prime al mondo (imprese
come Italcementi e Brembo per intenderci) e che con i suoi 120 mila abitanti ha la quarta banca d’I
talia? Un po’ che non va sono i bergamaschi. Sempre così legati alle loro abitudini e con così poca
voglia di cambiare in un mondo che cambia. Un po’ per pigrizia, un po’ per carattere non abbiamo
saputo valorizzare le bellezze della città, i nostri concittadini, la nostra storia. Dei Mille che
hanno provato a fare l’Italia, 174 erano di Bergamo (ma anche di quelli che oggi la vogliono
disfare, tanti sono di Bergamo). A Bergamo decidere qualcosa è difficile più che da qualunque altra
parte. Nel 1954 un professore dell’Esperia mandava una lettera alla moglie, era contento del
progetto di un tunnel sotto la ferrovia che avrebbe collegato la città alla sua scuola. Alla fine
il sottopassaggio si è fatto, sarà pronto per la fine di quest’anno, adesso però al professore non
serve più. C’è un convento del XII secolo, quello di Astino, uno dei grandi monumenti del nostro
Paese. Si stava deteriorando. Adesso la decisione su cosa farne è presa, ma ci sono voluti venti
anni. La discussione di come raggiungere Città Alta senza dover usare la macchina va avanti da 50
anni. Ora c’è il progetto di un ascensore, si farà? Qualcuno ha parlato di grattacieli. Per carità,
non sia mai. Forse però ha ragione Vito Sonzogni, uno dei nostri grandi architetti “alto o basso
non importa, purché sia bello”. E c’è il problema dell’informazione. Bergamo ha un buon giornale,
nessun confronto con quelli delle città come la nostra. Adesso con l’Eco la domenica c’è l’O
sservatore Romano, si possono leggere i discorsi del Papa per intero. E c’è un inserto di cultura.
Una volta il titolo di prima pagina era così: “La scienza non esiste”. Ma a Bergamo non ci hanno
fatto caso. Pochi da noi possono coltivare indipendenza e spirito critico specie su temi
così. Qui c’è L’Eco e basta. L’Ultima cosa che non va? Bergamo invecchia. Ci sono persone davvero
brave nei posti di responsabilità, ma sono ancora quelli di trenta anni fa. Giovani brillanti, di
quelli che hanno idee e voglia di novità ce n’è pochi. Chi è davvero bravo va all’estero, un pò
come ha fatto Giacomo Costantino Beltrami, quello delle sorgenti del Mississippi che non aveva
ancora 40 anni quando in America ha incontrato Monroe e Jefferson prima di pubblicare il primo
Sioux vocabulary (lui parlava perfettamente anche la lingua degli indiani).
Giuseppe Remuzzi
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