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Il boom dei farmaci antidepressivi
Il popolo italiano sembra aver subito una mutazione. Non è più fatto di gente estroversa, allegra,
ospitale; a giudicare dalle vendite dei prodotti farmaceutici antidepressivi, è un popolo di
depressi. Le vendite di questi farmaci sono in continuo aumento; l'industria propone una gran
quantità di farmaci e spende ingenti somme per farli conoscere ai medici e, attraverso i
mass-media, anche ai pazienti. Accanto ai vecchi farmaci "triciclici" già disponibili negli anni
Sessanta si sono aggiunti nel tempo farmaci considerati più selettivi e meno tossici. Ne esistono
per tutti i gusti: alcuni agiscono solo sulla serotonina, altri solo sulla noradrenalina, altri
ancora su tutti e due i mediatori chimici. Le teorie correnti ritengono che l'aumento dei mediatori
chimici sopra ricordati rappresenti il meccanismo d'azione attraverso cui si determina un
miglioramento della depressione. Come mai così tante vendite? La ragione è semplice: questi farmaci
si utilizzano per trattare situazioni che nulla hanno a che fare con la depressione, una importante
e grave malattia psichica che richiede adeguate terapie. Succede invece che si trattino con i
farmaci anche gli "stati depressivi" che sono tutt'altra cosa. Se qualcuno perde una persona cara,
viene licenziato dal posto di lavoro, si trova in difficoltà economiche, è chiaro che non può
essere felice e che si senta in condizioni di difficoltà. Tuttavia questo è un evento della vita,
una situazione che non ha nulla a che fare con la medicina. Anziché assumere farmaci si dovrebbe
attingere alle proprie risorse interiori, alle proprie energie per superare il momento critico.
L'assunzione di farmaci antidepressivi può addirittura essere negativa, diminuendo le nostre
capacità di reazione. Se si manifesta al medico una situazione di depressione, se ci si sente "un
po' giù", i medici meno interventisti prescriveranno un integratore alimentare a base di vitamine,
mentre molti medici interventisti sceglieranno uno dei tanti farmaci antidepressivi disponibili sul
mercato. Se non lo farà il medico è probabile che un amico o un parente consigli di fare quello che
"ha fatto bene anche a me" porgendo magari la scatoletta di prodotto residuato dalla sua
esperienza. Sono raramente attivi questi farmaci antidepressivi? Indubbiamente l'opinione generale
dei medici è positiva, perché la letteratura scientifica è positiva. In realtà da qualche anno
alcuni ricercatori scientifici avevano messo in guardia gli addetti ai lavori dimostrando che sono
i lavori scientifici positivi quelli che vengono pubblicati più facilmente, mentre quelli negativi
rimangono nei cassetti. Alcune ricerche hanno mostrato che gli studi clinici controllati che
riportano un risultato positivo hanno tre volte più probabilità di essere pubblicati rispetto a
quelli negativi. Questi inoltre vengono pubblicati in tempi più lunghi. La FDA, l'organismo
americano che si occupa delle registrazioni dei farmaci, ha mostrato che, se si valutano solo i
lavori positivi, l'efficacia dei farmaci antidepressivi sembra molto più rilevante. Molto
recentemente un gruppo italiano in collaborazione con ricercatori giapponesi ha portato un
ulteriore apporto alla conoscenza del problema. Questi Autori hanno esaminato tutti i lavori
pubblicati e non pubblicati per un totale di 3704 pazienti che avevano ricevuto la paroxetina, un
farmaco antidepressivo di largo uso che agisce sulla serotonina, e 2687 pazienti che erano stati
invece trattati con un placebo. I risultati sono stati veramente inquietanti perché non vi era
alcuna differenza tra farmaco e placebo quando si considerava la durata del trattamento o meglio il
numero di pazienti che interrompeva il trattamento per qualsiasi ragione. Il fatto che non vi sia
differenza depone per una mancanza di efficacia. Tuttavia per altri aspetti la paroxetina mostrava
differenze rispetto al placebo, le differenze erano veramente modeste: per ogni 100 adulti
portatori di depressione 53 pazienti hanno mostrato una risposta nel miglioramento della malattia
mentre il placebo produceva 42 risposte positive. In totale quindi si devono trattare 100 pazienti
perché 11 abbiano un beneficio, ma anche per questi undici il beneficio è molto modesto:
statisticamente significativo, ma clinicamente poco utile. Ciò che invece sembra indiscutibile sono
gli effetti tossici ed in particolare la maggior tendenza per la paroxetina rispetto al placebo
all'ideazione e ai tentativi di suicidio. Perciò le conclusioni sono molto semplici: non facciamo
uso improprio di antidepressivi; nel dubbio consultiamo uno psichiatra perché c'è il pericolo che i
rischi non siano compensati adeguatamente dai benefici.
N.B.: chi ne vuol sapere di più può consultare lo studio di C. Barbui et al. – Canadian
Medical Association Journal, 2008, 178, 296.
Silvio Garattini
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