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Giovani medici. Cosa cambiare nella sanità
Corriere della Sera - Lombardia
19/01/2008
Nel rispondere alle lettere di medici “giovani” - ma hanno dai 30 ai 40 anni - e dei loro amici
e dei loro genitori Gian Giacomo Schiavi (Corriere, 14 dicembre) si chiede se ci sia una strada
moralmente onesta per lavorare con dignità dopo anni di studio. Forse sì, e andrebbe
percorsa in fretta. I medici degli Ospedali della Lombardia hanno in media 47 anni. Per fare un
bravo pediatra o un radiologo che sappia intervenire sulle arterie con tecniche poco cruente, o un
bravo neurochirurgo, o un rianimatore ci vogliono anni, dieci, qualche volta di più. E servono
fisici, matematici e ingegneri - presto robot e computer aiuteranno i chirurghi in modo
irrinunciabile - che imparino a lavorare con i medici. Cosa fare in pratica? C’è bisogno di un
progetto che preveda che i medici migliori dei nostri Ospedali dedichino tempo ed energie ai
giovani. Se non si parte subito quando i cinquantenni di oggi lasceranno l’Ospedale tante delle
loro competenze si perderanno. Non tutti i medici bravi però saranno disponibili a dedicare tempo
ai giovani. Chi accanto al lavoro in Ospedale ha una professione privata impegnativa non ha tempo
di insegnare. A loro si potrebbe chiedere di dedicarsi anche di più all’attività privata ma in
strutture private invece che negli Ospedali pubblici (e in Lombardia si può fare perché con la
legge 31 del ‘97 c’è e “superamento della contrapposizione tra pubblico e privato”). Dopo qualche
anno di contratto a termine - che servirà perché possano dimostrare cosa sanno fare davvero - i
giovani più preparati potrebbero avere una posizione stabile in Ospedale. Certo, gli si dovrà
chiedere di dedicarsi a tempo pieno al Servizio Sanitario Nazionale, ma quelli che conosco io
ne sarebbero felici. Così si potrebbero fare interventi chirurgici mattina e pomeriggio oggi non si
può, i medici dell’Ospedale al pomeriggio hanno altri impegni. E TAC e risonanza magnetica
alle dieci di sera o al sabato o alla domenica. Si verrebbe incontro alle esigenze degli ammalati
che non dovrebbero rinunciare al lavoro per fare un esame, e si risparmierebbe. Quei giovani che
dimostrino di non essere portati o di non avere interesse per le attività dell’Ospedale
potranno essere medici di famiglia, ma avranno imparato a conoscere l’Ospedale e sapranno a chi
rivolgersi se hanno un problema. Così per la prima volta medici di famiglia e medici dell’Ospedale
lavoreranno e sperimenteranno insieme. E’ il solo modo di imparare. Senza nuovi “modelli
organizzativi” (se ne inventano ogni due o tre anni e non hanno mai funzionato).
Giuseppe Remuzzi
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