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Affidarsi ai medici per Eluana

Sole 24 Ore


19/07/2008

“La vita è un bene in sé, sempre e comunque  ed è un bene per la società”. Ed è specialmente vero per chi ogni giorno  studia le  malattie e fa di tutto per guarirle. Anche nelle situazioni più disperate. Dopo un trauma della strada, se c’è una possibilità su centomila di farcela, si rianima (“resuscitation” dicono gli inglesi). Capita che non si riesca a restituire la vita, ma la morte non c’è ancora.  Per Eluana Englaro è stato così. Sullo stato di coscienza di questi ammalati “nulla è possibile dire con certezza” scrive Roberto Colombo  sul Sole 24 Ore. Vediamo. Quando si sospenderanno le cure Eluana morirà  e sarà per disidratazione come  è stato per Terri Schiavo.  Fino a quel momento lì chi vive in stato vegetativo è sveglio, apre e chiude gli occhi ma non ha nessuna coscienza di sé e dell’ambiente. Questo stato può durare giorni, settimane o anche qualche mese. E’ quello che i medici chiamano stato vegetativo persistente. Non è irreversibile, anzi,  dopo un po’ qualcuno riprende. Apre gli occhi non a caso ma  in risposta a qualche stimolo. Comincia ad esserci  qualche forma di coscienza insomma, minima magari, ma c’è. Questi ammalati  possono essere confusi, non ricordare il proprio nome, non sapere  dove si trovano, ma la percezione di sé e dell’a mbiente  almeno un pochino c’è.  E si può migliorare  ancora  - capita soprattutto ai giovani - fino a  raggiungere un certo grado di indipendenza. Se però  uno resta in uno stato vegetativo  per più di sei mesi, o per un anno o di più, allora lo stato vegetativo si chiama permanente. Questa condizione è  senza ritorno.
Terri Schiavo è rimasta così per 15 anni, poi s’è sospeso tutto. Ed è morta e hanno fatto l’a utopsia. Il suo cervello pesava 615 grammi, circa la metà del peso di un cervello normale. Non avrebbe mai potuto bere, né alimentarsi da sola  perché i centri nervosi che governano la deglutizione erano morti. Terri Schiavo apriva e chiudeva gli occhi ma non vedeva perché anche i centri  nervosi che controllano la visione nel suo cervello  non ce n’erano più. Il dottor Martin Samuels grande neurologo di uno degli Ospedali dell’Università di Harvard,  ha studiato il  cervello di Terri Schiavo, “non ci  poteva essere nessuna forma di coscienza in quel cervello, né ci sarebbe mai potuta essere per quanto chiunque si fosse prodigato in tutti i modi possibili” ha dichiarato ai giornalisti del New York Times alla fine del suo  lavoro, “ semplicemente non c’erano neuroni”. Tanti pensano che anche in queste condizioni non si debba mai sospendere nutrizione e idratazione, lo si deve fare - dicono - fino alla fine naturale della vita. Ma c’è ben poco di naturale in quello che è successo a Eluana. “Interrompere la vita non è mai nel potere dell’uomo”. Ma di quale vita parliamo? Di quella che è un bene in sé, indipendentemente dallo stato di coscienza? O di quella che è un bene per la società anche se uno non sa nulla né di sé né del mondo? O di quella che solo Dio può dare e può togliere? Ma la fine naturale della vita di Terri Schiavo sarebbe stata il 25 febbraio 1990 e quella di Eluana Englaro il 18 gennaio 1992. Vuole dire che è stato sbagliato rianimarle? Assolutamente no. Era giusto farlo con l’idea di poter recuperare almeno qualcosa della funzione del loro cervello. E’ per questo che prima di sospendere le cure è prudente aspettare un anno,  proprio per mettersi al riparo da qualunque possibilità (per quanto estremamente remota) di recupero. Dopo è tutto inutile. A decidere di rianimare Terri Schiavo e Eluana tanti anni fa  sono stati i medici e hanno fatto benissimo.  Per la stessa ragione dovrebbero essere i medici  di Eluana a decidere quando smettere. Ogni giorno, e anche più volte al giorno, nelle rianimazioni dei nostri Ospedali tanti medici prendono decisioni di fine vita. Ne parlano con i  parenti certo e tengono  conto  - quando c’è - della volontà dell’ammalato. Ma i familiari il più delle volte preferiscono non decidere, non se la sentono, troppa responsabilità. Si affidano alle conoscenze dei medici e al loro buon senso. Ed è giusto così.  Fare il medico  è  rianimare certo, ma anche saper sospendere le cure quando sono inutili.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2012 13.30.46 CEST