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Meno memoria e più creatività se il cervello e zeppo di dati
Corriere della Sera
5/7/2008
Incontri qualcuno, lo conosci benissimo, ma lì per lì non ricordi il suo nome. In qualche modo
te la cavi, per questa volta lo fai parlare. “Sto invecchiando” pensi, “che disastro!”. Chiunque
abbia una certa età in una circostanza così si deprime, “sarà arteriosclerosi o chissà forse i
primi segni di demenza senile”. Ma gli studi più recenti dimostrano che non è così. Col passare del
tempo siamo esposti a una quantità di informazioni che continua ad aumentare e un cervello che
invecchia, deve imparare a destreggiarsi fra tanti più dati, certamente di più di quelli con
cui ha a che fare il cervello dei giovani. Certo, non vale per tutti. Quasi il dieci percento delle
persone con più di 65 anni è colpito da Alzheimer, ma per la maggior parte delle persone dopo una
certa età il cervello non perde le sue capacità, semplicemente funziona in un modo diverso,
addirittura si apre a prospettive più ampie. E per gli anziani quasi sempre è un vantaggio. Vediamo
cosa succede davvero. Con l’età diventa più difficile concentrarsi su dati singoli come un nome o
un numero di telefono, ma si è più portati alla visione di insieme e il cervello si dedica
prevalentemente a confrontare le informazioni che vengono da ciascuna delle nuove situazioni con
cui si imbatte con l’enorme mole di dati già a disposizione, frutto delle conoscenze precedenti. La
saggezza dei vecchi tradotta in neurofisiologia è proprio questa. Il libro “Progress in brain
research” di cui è appena uscita la nuova edizione da Elsevier fa diversi esempi. Emerge che
di fronte a un certo esercizio i ragazzi sono più svelti nel cogliere al volo ogni nuova
informazione e nel ricordare tutto quello che hanno visto o che hanno sentito, ma gli
adulti utilizzano meglio le informazioni nuove. Se devono risolvere un problema usano le
informazioni che servono tutte insieme e alla soluzione ci arrivano prima dei ragazzi. Uno
studio dell’Università di Harvard ha dimostrato che se esposti a tante informazioni diverse gli
studenti più brillanti avevano difficoltà a scegliere e a ordinare i dati secondo delle priorità ma
questo non era un handicap, anzi contribuiva all’originalità del loro modo di pensare. E’ perché in
chi è più intelligente c’è una parte del cervello, la corteccia pre-frontale - rappresenta il 29
percento di tutta la corteccia - che funziona di meno. E’ un po’ quello che succede a chi ha un
trauma che coinvolge proprio la corteccia pre-frontale. Se ne deriva un danno funzionale
permanente, la loro creatività aumenta. E uno studio pubblicato da poco conferma che è così anche
per la musica. Ricercatori del National Insititute of Health di Bethesda negli Stati Uniti hanno
fatto un esperimento molto particolare: sei musicisti di jazz seguivano fedelmente uno spartito
musicale per un certo periodo poi improvvisavano. Intanto i ricercatori studiavano il loro cervello
con uno strumento molto sofisticato, la risonanza magnetica funzionale. Hanno visto che se si segue
lo spartito il cervello funziona in un modo diverso rispetto a quando si improvvisa. Nell’i
mprovvisare l’attività dell’area dorso laterale della corteccia pre-frontale si
disattiva a favore di un aumento di attività della corteccia pre-frontale media. Succede qualcosa
del genere negli anziani. Se non si ricorda il nome di qualcuno, o dove si sono appoggiate le
chiavi di casa è per una disfunzione dell’ippocampo e della corteccia pre-frontale. Ma questo non
compromette necessariamente altre capacità del cervello, si può persino essere più creativi - come
i musicisti quando improvvisano - e affinare capacità nuove che consentono di affrontare e
risolvere problemi complessi per esempio. Un po’ meno memoria, ma più capacità di giudizio per chi
invecchia probabilmente è un vantaggio e dipende da come si utilizza la corteccia
pre-frontale. E non è detto che il cervello debba per forza invecchiare nemmeno in chi ha più
di cento anni. E’ il caso di una donna olandese morta due anni fa. A 112 anni le hanno
fatto un po’ di test all’Università di Groningen di quelli che esplorano le facoltà
intellettuali, erano assolutamente conservate. Adesso ci sono i risultati dell’autopsia che lei ha
voluto si facesse per aiutare la ricerca: il cervello di questa signora a 115 anni era quello
di una sessantenne.
Giuseppe Remuzzi
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