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Ma troppa privacy può bloccare il lavoro in corsia
Corriere della Sera
16/03/2008
C’era, una volta, chi (medici e infermieri) faceva dell’essere riservato un dovere. Altri, la
maggior parte, non se ne curavano proprio. «Ho operato il tale, del tal tumore. Adesso sta meglio».
Oppure: «Non vivrà più di tre mesi». Oggi non si può, o meglio non si potrebbe, c’è la legge sulla
privacy che tutela persone e altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali. Ed è un
bene. Salvo il regolamento, trenta pagine, cinquanta, sessanta, che dipende dagli ospedali. A
prenderle alla lettera tutte queste pagine va a finire che negli ospedali non si lavora più. Guai a
dire a un ammalato: «Come va stamattina signor Rossi?». Qualcuno potrebbe sentire, magari il vicino
di letto e allora addio privacy. E poi commissioni, incontri, verifiche. Tanti soldi che sarebbero
spesi meglio per educare i giovani medici alla virtù dell’essere riservati. Si, perché in spregio a
leggi, norme e regolamenti, pochissimi medici e pochissimi infermieri resistono alla tentazione di
parlare di malati e di malattie nei corridoi, in mensa, nei cortili e persino nei salotti. In
America negli ascensori dell’ ospedale c’è un cartello: «L’ascensore è un luogo pubblico, non fate
commenti qui sui vostri ammalati». Il problema ce l’hanno tutti e si vede da quello che è successo
a Los Angeles. Ma un cartello così persino negli ascensori indica una sensibilità che da noi è di
là da venire.
Giuseppe Remuzzi
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