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Test per tutti e farmaci per le persone a rischio

Corriere della Sera


01/12/2008

La proposta di fare i test per l’HIV a tutti giovani e adulti fino ai 65 anni, in tutte le occasioni possibili, e trattare i sieropositivi prima che si ammalino (Corriere 13 luglio 2008) ha suscitato consensi e qualche perplessità. Ma c’è chi è ancora più avanti e vorrebbe dare i farmaci per l’AIDS alle persone sane per evitare che si ammalino. Forse è proprio questo il modo di fermare l’epidemia. Lo si potrebbe fare in quelle persone che finora non sono mai venute in contatto col virus ma che rischiano prima o poi di infettarsi. Che evidenze ci sono che una cosa del genere  possa funzionare? Ce ne sono anche molto forti. Queste medicine evitano la trasmissione dell’infezione tra mamma e bambino per esempio. Gli studi più recenti dimostrano in modo convincente che zidovudina e nevirapina - due farmaci antivirali - dati in gravidanza alle donne con l’HIV o alle donne e al bambino, lo proteggono dal contrarre l’infezione durante il parto. Ed è così anche per l’allattamento al seno, i farmaci evitano che col latte il virus passi dalla mamma al bambino. E ci sono altri esempi. Negli Ospedali capita che medici e infermieri si feriscano accidentalmente con ferri chirurgici o aghi contaminati con  sangue di ammalati di AIDS. Se si prendono  subito  farmaci antivirali si previene l’infezione, sempre (è esperienza di dieci anni ormai). In questi giorni il Lancet  ha pubblicato un lavoro insolito, ha questo titolo: “Test per l’HIV a tutti quelli che vogliono e poi farmaci antivirali  come strategia per evitare la trasmissione del virus”. E’ un modello teorico pensato per una popolazione vulnerabile come quella del Sud dell’Africa.  Se si facesse il test a tutti quelli che vogliono e poi si curassero i sieropositivi si ridurrebbe la trasmissione del virus a meno di un caso per mille persone per anno. Nel giro di 10 anni si eliminerebbe l’infezione e si risparmierebbe tantissimo (costi legati alla cura dell’AIDS, ma anche a tutte le infezioni associate, in particolare la tubercolosi).
Alla conferenza sull’AIDS di Città del Messico i ricercatori del Centro per il Controllo delle malattie di Atlanta, negli Stati Uniti  hanno annunciato di aver appena avviato uno studio che si basa proprio su questi presupposti. Lo si farà su 15.000 persone, un po’ dappertutto, negli Stati Uniti, ma anche in Botswana, Brasile, Ecuador, Kenya, Malawi, Perù, Sud Africa, Tanzania, Tailandia e Uganda. Le persone a rischio  sono omosessuali e bisessuali o chi ha un partner sieropositivo o chi pratica la prostituzione. Lo studio  prevede  l’impiego di tenofovir e emtricitabina,  due farmaci capaci  di bloccare una proteina necessaria alla replicazione del virus. Gli ammalati di AIDS questi farmaci li impiegano da tempo senza grandi effetti negativi salvo, in qualcuno, disturbi di stomaco o all’intestino. Non sarà facile trovare tutti i volontari che servono anche perché fare test per l’AIDS o utilizzare farmaci antiretrovirali espone chi lo fa ai pregiudizi della gente. E ci vorrà qualche anno per capire se chi fa questo tipo di cure davvero potrà evitare l’infezione. Quando sarà tutto finito e ci sarà stato il tempo per analizzare i dati si saprà se una  (o due) pillole al giorno possano  davvero prevenire l’AIDS. E’ un po’ quello che succede per la malaria o per la tubercolosi. Per l’A IDS il vaccino non c’è e non ci sarà per tanti anni.  Farmaci ce ne sono, si tratta di capire quale è il modo migliore di usarli. E se non sia meglio invece che aspettare che uno abbia la malattia prevenirla. Ma è necessario che il test per l’AIDS diventi per gli ammalati (e anche per chi opera nel campo della salute) un test come tanti altri. Ci si prova la pressione, si misura il colesterolo, dopo i quarant’anni le donne fanno la mammografia e il PAP test,  gli uomini il PSA per cercare un tumore della prostata e si cerca il sangue nelle feci per scoprire per tempo eventuali malattie dell’intestino. Per L’AIDS invece non si fa nulla. E sì che oggi ci sono 26 molecole  nuove  che appartengono a 6 diverse classi di farmaci quanto basta per evitare che i sieropositivi si ammalino. Ma con l’AIDS siamo stati  vittime del nostro successo, è proprio perché “tanto ci si può curare” che la gente adesso pensa che l’AIDS non sia più un problema. Oggi si infettano persone apparentemente normali, un lavoro, una famiglia, i soliti hobby. Sono persone di 40-50 anni quasi sempre  senza problemi economici. Ma quanti sono? A Milano ogni giorno  contraggono l’infezione 3, 4 persone forse di più. Prendono l’HIV dopo incontri occasionali, stanno bene, per anni e così infettano il partner – quasi sempre la moglie – che è all’oscuro di tutto. Qualche anno fa c’era più attenzione  per l’AIDS, oggi no. S’è smesso di parlarne e le campagne di informazione risalgono a 15 anni fa quando quelli che si infettano oggi erano bambini o non erano nati. Dovremmo prenderne atto e ricominciare da dove eravamo rimasti,  e  farlo subito prima che sia troppo tardi. Per proteggere i cittadini certo, ma anche per evitare che i costi delle cure per i malati di AIDS fra qualche anno in Lombardia  siano così alti da non poterci più far fronte.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2012 13.41.18 CEST