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Il servizio sanitario nazionale compie 30 anni
Gente
24/01/2008
Trent’anni fa, nel 1978, è stato varato il Servizio Sanitario Nazionale, un evento importante
per la salute dei cittadini. Prima c’era la “mutua”: si trattava di un sistema che operava solo per
coloro che pagavano i contributi e che, in caso di malattia, ottenevano una copertura limitata nel
tempo. Oggi invece abbiamo un sistema gratuito, sostanzialmente disponibile per tutti i cittadini
indipendentemente dal loro censo, che potremmo definire universale e solidale. Purtroppo, però, non
tutto va come dovrebbe. Gli episodi di malasanità sono diventati cronaca ricorrente anche negli
ospedali: amministratori in manette, medici sotto accusa, morti in corsia in situazioni che
lasciano più che perplessi.
I trent’anni vengono celebrati dal Ministero della Salute con uno spreco di danaro attraverso
gli incomprensibili cartelloni recanti lo slogan di dubbia efficacia “pane, amore e sanità” anziché
fare doverose riflessioni sulle conquiste e sulle deficienze del Servizio Sanitario Nazionale.
Certo, nel suo insieme il servizio funziona, ma è arrivato il momento di ripensare alcune
delle sue componenti. C’è il rischio reale che perda gradualmente le sue caratteristiche, magari a
favore di una sorta di sistema assicurativo che, di sicuro, finirebbe per accentuare ancora di più
le differenze di trattamento fra ricchi e poveri.
Vi sono vari indicatori di salute che si possono utilizzare per valutare l’efficienza di un
sistema sanitario. La mortalità infantile, ad esempio, sarebbe già sufficiente ad indicare una
differenza che è assolutamente inaccettabile in qualsiasi Paese moderno; la carenza di
specializzazioni determina una serie di viaggi della speranza verso il Nord per la terapia dei
tumori, per la cardiochirurgia, per la radioterapia, per la diagnosi di malattie rare.. Il
gradiente tuttavia non è solo fra Nord e Sud, ma anche tra singole Regioni e all’interno di una
stessa Regione: basta osservare la densità dei letti, il costo della giornata di degenza
ospedaliera, il consumo di farmaci per concludere che il sistema sanitario del nostro Paese è fatto
a macchia di pelle di leopardo.
Un secondo problema, nasce dal tentativo di risolvere il primo attraverso la
regionalizzazione. Il ragionamento fatto è stato più o meno questo: se esistono gradienti la causa
è l’eccesso di centralizzazione, diamo quindi alle Regioni il potere di organizzarsi nel modo più
consono alle loro specifiche necessità. Il principio è giusto se non si fosse fatta un po’ di
confusione; la decentralizzazione è assolutamente necessaria per quanto riguarda tutti i problemi
della organizzazione gestionale, purché si concordino e si rispettino alcune direttive generali che
devono rimanere comuni a tutto il sistema. Se si vuole abolire il Ministero della Salute bisogna
comunque inventare un coordinamento fra le Regioni per realizzare una programmazione nazionale
nella distribuzione delle risorse, nella formazione delle linee guida diagnostiche, terapeutiche e
riabilitative, nella stesura di un prontuario dei farmaci. Sembra invece che le Regioni, prese da
uno spirito di onnipotenza vogliono chiudersi in una forma di completa autonomia, quasi per
accentuare le loro differenze. Questo eccesso di autonomia legato alla intromissione della politica
nella sanità tende a snaturare le ragioni per cui è stata richiesta la decentralizzazione.
Un terzo problema da risolvere riguarda la cultura del Servizio Sanitario Nazionale. Un
servizio che non si basa sulla ricerca e che non valuta l’evidenza della efficacia delle sue
prestazioni è destinato ad aumentare le spese e a diminuire l’efficienza dei suoi interventi. I
risultati della ricerca devono essere diffusi e deve diventare obbligatorio l’aggiornamento degli
operatori sanitari a tutti i livelli. L’educazione medica continua vigente oggi nel nostro Paese è
una farsa orchestrata dall’industria farmaceutica. Basti pensare che in trent’anni non si è
riusciti a creare una Scuola Superiore di Sanità, per capire come nel nostro sistema manchi una
cultura del servizio e la costruzione di principi generali che dovrebbero diventare patrimonio
comune.
Ultimo, ma non per importanza, il problema dell'equità sociale. Un dato: i poveri si ammalano
e muoiono di più del ceto più colto e più ricco. L'impegno a diminuire la povertà e ad aumentare l’e
quità dell’accesso alle strutture sanitarie deve diventare l'impegno principale per migliorare la
salute di tutti.. L'intramoenia, cioè la visita più veloce per chi può permettersi di
pagarla, non va certamente in questa direzione.
Silvio Garattini
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