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Tutti noi vorremmo avere un medico di famiglia come Ted Steinman
Corriere della Sera, Lombardia
02/11/2008
Di ritorno dall’aver passato qualche giorno con uno dei dottori più straordinari del mondo -
adesso ha 70 anni e nella vita ha fatto di tutto, compresa la guerra del Vietnam - mi trovo a
riflettere su come è lui e su come invece siamo noi. Ted Steinman ha un’enorme esperienza
(viene con l’età, è vero) ma la sua è una esperienza che serve agli ammalati fatta di spirito
critico e capacità di confrontarsi ogni giorno con quella enorme mole di informazioni che si
traduce in letteratura medica. Ted Steinman alla sua età mantiene il più alto livello di conoscenze
che si possa immaginare e le capacità tecniche per fare personalmente le procedure più delicate. E
ha il gusto di insegnare. A chi lavora con lui Ted Steinman insegna la medicina e poi a dedicarsi
agli ammalati, sempre senza condizioni, e a farlo 24 ore su 24. Ted Steinman ai suoi ammalati dà il
numero di cellulare, possono chiamarlo quando vogliono. Capita che sia al mare con la famiglia e
che qualcuno lo chiami (e lo chiamano in tanti) perché ha un amico ammalato. Lui risponde sempre
con entusiasmo e poi chiama l’Ospedale dove il tuo amico è ricoverato, parla con il medico,
organizza e pianifica le cure e va avanti finché non ha risolto il problema nel migliore dei
modi. Ce ne sono di dottori così nel mio Ospedale? Proprio così pochi (non chi scrive per
esempio e nemmeno quelli che lavorano con me). Quasi così, qualcuno di più. I medici del mio
Ospedale sono più competenti di quelli di trent’anni fa. Un po’ perché hanno fatto scuole migliori
ma soprattutto perché avere le informazioni oggi è più facile che una volta. Ma lo spirito di Ted
Steinman oggi nel mio Ospedale in generale non c’è. Quanti dei medici del mio Ospedale hanno voglia
di fare al di là di quello che si deve fare comunque? Quanti vedono nell’ammalato uno da cui
dipendi tu (cioè il tuo lavoro in definitiva la tua vita?, chi li pagherebbe i medici se nessuno
più si ammalasse?). Se a Ted Steinman parli di un ammalato si illumina. Negli Ospedali ogni nuovo
ricoverato dovrebbe essere una sfida intellettuale e un’occasione per vincere un’altra battaglia.
Da noi capita che un nuovo ricoverato delle volte sia una scocciatura. Se devi trasferire un malato
specie se è grave e ha proprio bisogno di certe cure, otto volte su dieci “non c’è posto”. “Ci sarà
domani?” “Non so, non credo”. E intanto il malato resta dov’è. Cosa gli succederà? Dipende, qualche
volta va bene, altre volte no, ma questo non sempre è un buon argomento per accogliere un ammalato.
E’ capitato in un grande Ospedale della Lombardia che non ci fosse posto per una donna
incinta con forti dolori all’addome molto tempo prima della data del parto. I familiari mi chiedono
cosa fare. Chiamo un amico. Si occupa della signora immediatamente. Quel “caso” lì adesso è
risolto. Ma se uno non ha un amico che faccia l’ostetrico e sia bravo, cosa fa? Che non ci sia
posto può capitare, ma che in una occasione così il medico di guardia di un grande Ospedale
risponda “non c’è posto” e basta (senza nemmeno la curiosità di sapere cosa succederà adesso a
quella donna lì e cosa aveva) dà l’idea dell’abisso che c’è fra Ted Steinman e qualcuno dei dottori
degli Ospedali della Lombardia. E sì che in Lombardia Ospedali all’avanguardia ce ne sono e anche
tanti e ci sono tanti medici bravi. Però … Capita che ti chiamino da un altro reparto per un
parere. Ci vai subito e ti aspetti di vedere chi ha richiesto la consulenza che ti presenti i
problemi dell’ammalato per cui ti hanno chiesto un parere che ti dica le sue idee e
quello che vorrebbe sapere da te. Non è così quasi mai. E allora scopri che la richiesta era una
formalità. Qualcuno ti indica dove puoi trovare l’ammalato, ti mettono in mano una cartella
clinica e ti chiedono di scrivere qualcosa su un foglietto. Qualcuno dopo lo leggerà.
C’è qualcosa che si può fare perché anche da noi di dottori come Ted Steinman ce ne
siano un po’ di più? Dobbiamo cambiare noi. I nostri medici migliori dovrebbero poter
ritrovare le motivazioni che oggi negli Ospedali sono venute meno (le ragioni sono tante, ci sarà
occasione per riparlarne) e dedicare tempo ed energie ai giovani. E i giovani dovrebbero poter
contare anche da noi sul tipo di educazione che hanno a Boston gli studenti di Ted Steinman. Per
imparare la medicina certo, è la cosa più importante. Ma dovrebbero anche loro poter vedere
qualcuno che dei suoi ammalati si occupa 24 ore su 24. E che gli dà perfino il numero del
cellulare, se ne hanno bisogno.
Giuseppe Remuzzi
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