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Cosa insegna un errore
Corriere Fiorentino
12/05/2008
Le prime reazioni a quanto è capitato a Careggi (“Errore gravissimo”, “Serve un doppio
livello di controllo”, “Dimissioni della dirigenza”, “Sospendere gli interventi”) furono emotive, a
rileggerle oggi, paiono fuori luogo. Il Parlamento ha chiesto che ci fosse una commissione d’i
nchiesta. Ce ne sono state due, una (l’ha voluta il Ministero) di esperti che venivano dagli Stati
Uniti. In più l’assessore alla sanità della Regione ha voluto la sua commissione che ha depositato
il rapporto finale in questi giorni. L’organizzazione dei trapianti della Toscana ha dei
punti deboli, ma anche tanti punti di forza. E allora perché col trapianto si è trasmesso il
virus dell’HIV? Perché i medici e i biologi sbagliano, come tutti gli altri. Ospedali dove non si
sbaglia mai, non ce n’è, in nessuna parte del mondo (qualcuno ha detto che gli errori dei medici
sono come i poveri, saranno sempre con noi). Negli Stati Uniti muoiono per errori dei medici (che
si potrebbero prevenire) centomila ammalati all’anno, tanti quanti ne muoiono di incidenti
stradali, cancro al seno e AIDS messi insieme. L’importante è accorgersi e che chi ha
sbagliato lo dica subito, e che l’ospedale si organizzi perché non succeda un’altra volta. Si dice
tutte le volte che succede qualcosa, ma non si fa, quasi mai. A Firenze s’è fatto, e s’è visto che
negli ospedali non si sbaglia da soli, gli errori dipendono da tanti. Però chi ha sbagliato a
trascrivere l’esame è stato tolto dall’incarico. Non lo si dovrebbe fare, il rapporto
della commissione ha dimostrato che, per attività mediche complesse, l’ultimo che sbaglia è lui
stesso una vittima delle carenze dell’organizzazione, e quella dei trapianti è certamente un’a
ttività complessa. E non saranno ospedali più moderni e migliori apparecchiature a risolvere
i problemi. Il New York Times del novembre del 2007 riferisce di quattro ammalati di Chicago
che hanno contratto il virus dell’HIV dopo il trapianto. Quello di curare le
malattie è un lavoro un po’ speciale, servono conoscenze (moltissime), ma anche passione,
entusiasmo e soprattutto capacità di fare squadra. Ma se si parla di un intervento chirurgico
particolare o di una nuova cura il merito va al dottor tale o professor tal altro. Di quelli del
laboratorio, dei radiologi, degli infermieri, non si parla mai. Peccato, perché negli Ospedali si
vince (o si perde) insieme. Il rapporto della commissione è frutto di un anno di lavoro fatto
insieme ai medici e ai biologi degli ospedali della Toscana. I punti deboli dell’organizzazione li
hanno trovati loro, e loro hanno indicato le soluzioni. Saranno i primi a voler cambiare, così la
Toscana dei trapianti che è già prima per numero di interventi e per risultati, sarà all’a
vanguardia anche nel saper organizzare l’attività al meglio. Dopo lo si dovrà fare in Italia.
Giuseppe Remuzzi
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