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L'illusione degli antidepressivi
Gente
20/3/2008
Erano gli anni ’50 quando nacque il primo farmaco antidepressivo, si chiamava imipramina –
ancora oggi in commercio – ed era stato scoperto per caso. Sintetizzato negli anni ’40
sperando sulle sue proprietà antistaminiche, era arrivato alla clinica come un debole farmaco
antipsicotico, e alla fine aveva rivelato un’attività antidepressiva. Fra incredulità ed entusiasmo
aveva creato una classe di composti detti antidepressivi “triciclici”. In seguito utilizzando le
conoscenze sul suo meccanismo d’azione, arrivarono i farmaci che agiscono sulla serotonina, noti
con la sigla SSRI. La serotonina divenne il mediatore chimico dell’umore e la fluoxetina
(nome commerciale più conosciuto Prozac) fu celebrato come “il” farmaco antidepressivo. La “pillola
della felicità” ebbe un grande successo nella stampa, ma soprattutto per chi ne deteneva il
brevetto ed incassava il prezzo delle vendite. Alla fluoxetina seguirono molti altri farmaci del
gruppo SSRI, che si appropriarono di fette di mercato soprattutto quando la fluoxetina divenne un
farmaco generico. Contemporaneamente prese vigore un’altra classe di farmaci che seguiva un altro
meccanismo d’azione, quello dell’interazione con un altro mediatore chimico, la noradrenalina. Poi
cominciarono i primi problemi perché il mercato – ovvero la propaganda – può spingere un farmaco
fino ad un certo punto: prima o poi, soprattutto quando si tratta di una malattia grave come la
depressione, la verità finisce per venire a galla. In realtà per farmaci antidepressivi c’è voluto
molto tempo, perché, pur non trovando impiego per la “malattia” depressione, questi farmaci hanno
potuto godere di un mercato molto più ampio. Si tratta di un mercato rappresentato dagli “stati”
depressivi, situazione determinata da eventi avversi della vita che non sono malattie nel senso
classico del termine. Infatti molti di questi situazioni – ad esempio la perdita di una persona
cara, la perdita del posto di lavoro, problemi finanziari – si rimettono a posto da sole con il
tempo. Se nel frattempo il medico ha prescritto un farmaco antidepressivo, il merito del
risultato verrà indebitamente attribuito al farmaco. I casi positivi trovano sempre una eco
sproporzionata alla loro importanza, ma inducono fiducia e perseveranza nel medico che ha fatto la
prescrizione. In questi ultimi 10 anni tuttavia crescevano perplessità e pessimismo circa la reale
importanza dei farmaci antidepressivi insieme ad una notevole preoccupazione per il continuo
aumento delle vendite. Finalmente la “bomba” è scoppiata. Un articolo-rapporto scritto da
psichiatri inglesi, canadesi e statunitensi e pubblicato su una rivista internazionale molto
selettiva ha determinato una serie di reazioni anche a livello della stampa laica. La pubblicazione
è tanto più importante in quanto si basa su tutti i risultati delle ricerche cliniche depositati
presso la Food and Drug Administration (FDA), l’organo che negli Stati Uniti presiede alla
regolamentazione dei farmaci. Lo studio effettuato si chiama, in gergo meta-analisi e consiste
nella raccolta di tutte le ricerche cliniche effettuate con i farmaci antidepressivi che agiscono
sulla serotonina in confronto con il placebo (un prodotto inerte). La ricerca consiste nel sommare
tutti i risultati “pesandoli” per il numero di pazienti presenti in ogni studio. I risultati
possono essere presentati in vario modo: in rapporto all’uso di uno specifico farmaco, oppure
globalmente, oppure ancora in rapporto alla gravità della malattia depressiva. I risultati sono
molto chiari: le differenze tra i farmaci antidepressivi e il placebo sono molto modesti, al limite
della significatività clinica e ciò vale per fluoxetina, venlafaxina, nefazodone e paroxetina. In
altre parole, il vantaggio dovuto all’impiego dei farmaci antidepressivi è trascurabile rispetto a
quello che si può ottenere con il semplice placebo. Qualcosa di più si ottiene in rapporto con la
gravità della malattia, il che indica la mancanza di efficacia in tutte quelle condizioni citate
prima e, definite come “stati depressivi”. Questi dati sono diversi dalle analisi fatte
precedentemente perché questa volta sono stati presi in considerazione anche i risultati di studi
clinici non pubblicati, mentre precedenti analisi avevano esaminato solo gli studi pubblicati.
Evidentemente si pubblicano prevalentemente gli studi positivi e si sottraggono all’attenzione dei
medici tutti gli studi che non danno i risultati sperati. La nuova indicazione può essere perciò
così riassunta: i farmaci antidepressivi di nuova generazione – SSRI – devono essere impiegati solo
in pazienti con una depressione molto severa; quindi non c’è alcuna ragione per impiegarli nella
grande maggioranza dei casi. Sorge ora spontanea una domanda: come mai sappiamo solo ora che questi
farmaci non sono attivi? Che cosa hanno fatto finora le autorità regolatorie, quelle che dovrebbero
proteggere i pazienti? Chi rimborserà il Servizio Sanitario Nazionale per tutti i miliardi di euro
spesi inutilmente in tutti questi anni? Chi risarcirà gli ammalati che hanno avuto effetti tossici
senza aver avuto alcun beneficio? Qualcuno dovrà pur dare qualche risposta!
Silvio Garattini
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