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Curare i malati, di qualsiasi Paese

Corriere della Sera, Salute


18/01/2009

Ferdinando Palasciano – ufficiale medico dell’esercito borbonico durante i moti di Messina del 1848 - prestava soccorso a tutti i feriti che gli capitava di incontrare inclusi i ribelli siciliani, incurante degli ordini del generale Filangieri. Avrebbero voluto fucilarlo, ma il giovane chirurgo era amico del re Ferdinando. La  condanna a morte venne tramutata in un anno di carcere a Reggio Calabria, ma anche lì Palasciano continuava a curare quelli che stavano dall’a ltra parte.
C’è voluta la convenzione di Ginevra perché medici e infermieri in guerra possano occuparsi degli  ammalati, tutti, compresi quelli che stanno dall’altra parte.
In Italia per legge “l’accesso alle strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme di soggiorno non può comportare nessun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il referto”. Ma c’è chi vorrebbe obbligare il medico a segnalare se un certo ammalato è clandestino (“nome e cognome e di che nazione sarà, a che negozio viene, se ha seco armi, quanto tempo ha di fermarsi in questa città”, come avrebbe voluto da Renzo l’oste nei  Promessi Sposi) perché possa essere espulso. Sarebbe un errore. Nel nostro paese un immigrato sa che se si ammala potrà rivolgersi al pronto soccorso di qualunque Ospedale e sa che verrà curato. Se l’articolo 35 del testo unico sull’immigrazione fosse abrogato gli immigrati che non sono in regola al pronto soccorso non ci andranno più, saranno curati in qualche modo e questi possono essere fonte di contagio per tanti. AIDS, TBC  e meningite per fare solo qualche esempio, oggi si curano bene ma bisogna saperlo fare e farlo per tempo. Una norma così fra l’altro viola la Costituzione che garantisce a chi vive e lavora nel nostro Paese il diritto alla salute. E va  contro il principio che impone ai medici di mantenere il segreto su quanto gli racconta chi si affida alle loro cure. “In qualsiasi casa andrò – c’è scritto nel Giuramento di Ippocrate -  io vi entrerò per il sollievo dei malati, e mi asterrò da ogni offesa e danno volontario sul corpo delle donne e degli uomini, liberi e schiavi”. E ancora prima si poteva leggere nella Bibbia: “Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli dovrete far torto, ma lo tratterete come colui che è nato fra voi”. (Levitico 19:33-34).
C’è un modo solo di essere medico, essere solidali con chi è ammalato ed esserlo in qualunque circostanza senza condizioni. Senza guardare alla religione o a come la pensa o a cosa ha fatto l’a mmalato che hai davanti. E nemmeno “di che paese sia”. Bene che  lo facesse l’oste del Manzoni e che lo faccia la polizia, ma chi fa il dottore  ha scelto un lavoro diverso.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2012 14.20.45 CEST