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E anche l'arte si accorse di Darwin

Corriere dell Sera


20/01/2009

Darwin da studente è un disastro,  passa il tempo a cacciare, bere e giocare d’azzardo (“ Cambridge  è troppo divertente” scriveva). La passione per la  scienza gli viene da William Darwin Fox, un cugino che collezionava scarabei e da due suoi professori John Henslow e Adam Sedgwick. E da un viaggio intorno alle coste del Sud America. Negli anni che seguono soffre di una malattia misteriosa, ma intanto  le sue idee si diffondono. La fama di Darwin viene dai suoi libri. E’ scrittore  sofisticato ed ha il gusto di esserlo (è un peccato che nessuno lo consideri un letterato). “L’Origine della Specie” ha un successo enorme. E’ piacevole e chiaro, pieno di esempi e riflette la grande onestà  intellettuale di Darwin che gli argomenti  li usa  tutti, non  solo quelli che gli servono. Le sue idee hanno pervaso la scienza, e la scienza medica,  ma anche l’arte, la filosofia, la politica e moltissimo d’altro.
Regali di Darwin all’umanità che nell’occasione del bicentenario della sua nascita il Lancet ha raccolto per farne regalo ai suoi lettori.
“Perché l’orecchio medio è innervato da due nervi separati?” E’ perché i pesci primordiali da cui veniamo avevano due ossa mandibolari distinte. “Artrite reumatoide, asma o sclerosi multipla colpiscono solo l’uomo, mai le scimmie”. Perché? Cominciamo a capirlo solo adesso a partire dalle intuizioni di Darwin (Corriere 6 settembre 2008). Ansia e depressione non sono malattie, ci difendono  da tanti pericoli e ci evitano  guai peggiori. Quello che ha suggerito Darwin per l’origine della specie si applica ai tumori. Quando i geni di una certa  cellula si modificano così da indurla a proliferare, come succede nel cancro, subito si attivano altri geni capaci  di riparare il DNA  che  rimettono tutto a posto. Ogni giorno nel nostro organismo migliaia di cellule subiscono alterazioni del DNA (succede alle cellule del polmone, in chi fuma, per esempio). Se i sistemi di riparazione non funzionano capita che qualche cellula cresca in modo incontrollato. All’inizio prevale la riparazione e i giovani sono protetti dal cancro. Col passare del tempo però è sempre più probabile che qualcuna sfugga ai meccanismi di difesa, ed è tumore.  L’uomo è programmato per passare i suoi geni a chi viene dopo, fin qui sono tutti d’accordo. Poi però sostiene Jarle Breivik che è professore dell’Università di Oslo, noi non serviamo più. Appena i nostri ragazzi sono capaci  di prendersi cura di loro stessi noi  diventiamo sempre meno interessanti per i nostri geni. “I nostri geni non si curano di noi, a loro interessa  passare ai nostri figli e per farlo non esitano ad eliminarci”. Sono solo pochi esempi, ce n’è moltissimi d’altri. Perché il cuore si scompensa per esempio, oppure perché invecchiamo o perché i germi diventano resistenti agli antibiotici. Regali di Darwin – che di medicina sapeva poco - alla medicina.
Ma cosa c’entra  Darwin con l’arte? Nell’arte Darwin ci sperava. Cercava in quadri e nelle sculture dei grandi  maestri del passato qualche conferma alle sue idee un po’ come  ne aveva trovato nel suo lungo viaggio a bordo della nave Beagle. Fatica sprecata, “non ho trovato nulla che  mi serva nei quadri più famosi”. E per un po’ gli artisti l’hanno ignorato. Ma comincia ad esserci del “darwinesco” in tanta arte del ‘900. Senza logica però:  caos cosmico e terrestre, metamorfosi delle creature, mostri e chimere scimmia-uomo senza nessuna preoccupazione di essere fedeli alle idee di Darwin. Più tardi Darwin ha influenzato Gauguin, Rodin e Klimt, Munch e Aubrey Beardsley. Ai primi del ‘900 George Frederic Watts dipinge l’origine dell’u omo e Fernand Cormon uomini delle caverne.  Arnold Bocklin e Franz Von Stuck dipingono  metamorfosi e brutali incontri, e scontri, fra creature. Gli artisti presi con le idee di Darwin cominciano ad occuparsi di quanto la specie umana sia fragile e ad averne paura. John Collier, genero di un discepolo di Darwin, dipinge “The land Baby” una sirena mezza dentro l’acqua e mezzo fuori che guarda con stupore una bimba nuda sulla terraferma, che però ha le gambe. “La marcia del progresso”  fatta di individui in fila da sinistra a destra, una sorta di cammino dell’e voluzione, da scimmie a scimmie-uomo all’uomo di oggi  si vede per la prima volta nel 1970. E’ un’immagine che abbiamo tutti negli occhi senza nemmeno sapere chi l’ha disegnata.
Come riconciliare la natura dell’uomo col fatto che veniamo dagli animali? “Troppo spesso ho considerato la donna come un animale” confessa Edgar Degas, e a chi gli chiedeva “che animale”? “ una scimmia”. E davvero le sue donne che fanno la spesa o prendono il bagno hanno  facce da scimmia con sopracciglia basse e mandibole sporgenti. “Le donne le mostro senza civetteria, bestie che si lavano”. Nelle donne al bagno che si asciugano i capelli  capita che i capelli crescano a dismisura quasi a configurare una entità indipendente dal corpo. L’ultimo Degas si confronta con il dato scientifico, senza satira, senza orrore, senza disgusto.
Ma chi ha scoperto l’evoluzione? Certo non  Charles Darwin.  Ai tempi de “L’Origine della Specie” la teoria che le forme di vita più complesse si sviluppano a partire da quelle più semplici era già vecchia. Il contributo originale di Darwin è d’aver capito che tutte le forme viventi e l’uomo si sviluppano solo per selezione naturale e sessuale. La vita è materia e la coscienza un epifenomeno. Comportamenti,  emozioni e senso morale si spiegano con l’esigenza di ciascuno di sopravvivere e riprodursi. Lo stesso che porta i gruppi sociali più forti a eliminare i più deboli, così l’umanità  evolve e progredisce.
Ma le risorse di ciascuno di noi sono “finite”. Quelle che abbiamo all’inizio ci servono per crescere e riprodurci. E poi per tutto quello di cui abbiamo bisogno per le attività di ogni giorno e per  mantenerci in forma e  riparare i danni (abbiamo fin dalla vita fetale un patrimonio di cellule staminali capaci di rimpiazzare le cellule che muoiono). Quello che spendiamo per fare tutto questo non è più disponibile per invecchiare. E se viviamo più di scimpanzé e gorilla è solo perché abbiamo imparato a lavorare in gruppo, a cacciare, a difenderci dai predatori. Ma nell’invecchiare il nostro corpo si deteriora, il DNA si danneggia e le proteine perdono certe caratteristiche strutturali. Viviamo finché abbiamo abbastanza risorse per riparare questi danni. Ma le risorse di chi è povero (il capitale iniziale) sono già di meno fin dall’i nizio. Si tratta di bambini spesso prematuri e con un basso peso alla nascita, un po’ perché la mamma fuma, un po’  per cattiva nutrizione. Quello che avremo a disposizione per la vita si crea nelle prime fasi di sviluppo del feto. Chi parte con un capitale ridotto da adulto avrà  ipertensione, diabete, ictus del cervello e infarto del cuore. Non solo, ma lo stress dell’essere poveri e svantaggiati porta a comportamenti che privilegiano ritorni immediati piuttosto che a lungo termine, e questo di solito aggrava le diseguaglianze. Darwin avrebbe moltissimo da regalare anche a chi in tutte le parti del mondo ha responsabilità di governo. Ma i politici hanno poca dimestichezza con Darwin.  Nel fare i piani economici non considerano mai  per esempio le conseguenze delle diseguaglianze sociali sulla salute.
“Se volessimo dare un premio alla migliore idea che chiunque abbia mai avuto,  questo premio prima ancora che a Newton, Einstein o a chiunque altro, andrebbe certamente a Darwin”, tanto valgono per Daniel Dennett i regali di Darwin.


Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2012 14.21.13 CEST