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Incoraggiare i medici a denunciare i clandestini? Ne va della salute di tutti
L'Eco di Bergamo
07/02/2009
“Quando un forestiero dimorerà presso di voi nel vostro paese, non gli dovrete far torto, ma lo
tratterete come colui che è nato fra voi” (Levitico 19:33-34). Fin qui la Bibbia (e il buon senso).
Poi è venuto il giuramento di Ippocrate “In qualsiasi casa andrò – c’è scritto - io vi entrerò per
il sollievo dei malati, liberi e schiavi”. Adesso il giuramento l’hanno cambiato, oggi il medico si
impegna a curare i pazienti “con eguale scrupolo e impegno prescindendo da ogni differenza di
razza, religione, nazionalità”. E c’è la convenzione di Ginevra “medici e infermieri si occuperanno
di feriti e ammalati indipendentemente che siano dalla loro parte o che siano nemici”.
E in Italia c’è un Decreto Legge il 286 del 1998 (comma 5, articolo 35): “l’accesso alle
strutture sanitarie da parte dello straniero non in regola con le norme di soggiorno non può
comportare nessun tipo di segnalazione all’autorità, salvo i casi in cui sia obbligatorio il
referto, a parità di condizioni con il cittadino italiano”. E’ parte degli stessi principi.
Salvo che ieri il Senato ha approvato l’emendamento della Lega fatto per cancellare questo
comma. Si vorrebbe che il medico segnalasse se un certo ammalato è clandestino, così che possa
essere espulso. E’ un errore. Per diverse ragioni. Nel nostro paese un immigrato se si ammala sa
che verrà curato, senza che nessuno gli chieda se ha il passaporto in regola. Ma con l’emendamento
della Lega quelli che non sono in regola al pronto soccorso non ci andranno più. Li si curerà in
qualche modo o non li si curerà affatto. E così rischiano gli altri. AIDS, TBC e meningite
oggi si curano bene, ma bisogna saperlo fare e farlo per tempo. Se no ciascun ammalato è fonte di
contagio per tanti. Incoraggiare i medici a denunciare i clandestini è contro l’interesse dei
cittadini. E viola la Costituzione che invece garantisce a chi vive e lavora nel nostro Paese il
diritto alla salute. Farlo per i medici sarebbe come tradire lo spirito del loro lavoro. La maggior
parte di noi ha scelto di essere medico per curare, chiunque. Ed è così da sempre. Ferdinando
Palasciano è ufficiale medico dell’esercito borbonico. Durante i moti di Messina del 1848 il suo
generale gli da l’ordine di non curare i ribelli siciliani ma il giovane chirurgo non se ne cura.
Presta soccorso a tutti i feriti che gli capita di incontrare. Avrebbero voluto fucilarlo, ma
capita che Palasciano sia amico del re Ferdinando che ne ammira il coraggio e la rettitudine. Per
intercessione del re la condanna a morte viene tramutata in un anno di carcere a Reggio Calabria.
Anche lì Palasciano continua a curare quelli che stanno dall’altra parte, che per lui sonoammalati
e basta.
C’è un modo solo di essere medico, essere solidali con chi è ammalato senza guardare alla
religione o a come la pensa o a cosa ha fatto l’ammalato che hai davanti. E nemmeno di che paese
sia. Bene che lo facesse con Renzo l’oste dei Promessi Sposi (“nome e cognome e di che nazione
sarà, a che negozio viene, se ha seco armi, quanto tempo ha di fermarsi in questa città”). E che lo
faccia la polizia. Ma chi fa il dottore no. Noi facciamo un altro lavoro.
Giuseppe Remuzzi
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