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Un Patto tra medici e malati
Corriere Salute
01/03/2009
La medicina fino al rinascimento parlava italiano grazie alle scuole di Salerno, Bologna e
Padova (Harvey, quello che ha scoperto che il sangue circola, era inglese ma ha studiato a Padova).
Poi hanno fatto tutto in Inghilterra: Janner (la vaccinazione), Nightingale (la scienza degli
infermieri), Fleming (la penicillina), Crick (il DNA), compreso il sistema sanitario nazionale (è
del 1948 e l’hanno rivisto nel 2005). L’ultima integrazione è di questi giorni e stabilisce una
sorta di contratto fra medici e ammalati. Per gli ammalati c’è il diritto a essere informati, a
scegliersi il medico di famiglia ad avere garantite le cure (ma solo quelle per cui c’è evidenza di
efficacia) e ci sono dei doveri. Non si può scegliere un medico e poi cambiarlo, per lo meno non
troppo spesso, e si devono informare i familiari del fatto che si desideri o meno donare gli organi
dopo la morte. L’ammalato può rifiutare le cure e il medico ha il dovere di rispettare le sue
decisioni, tutte.
E altro ancora, cose di buon senso.
C’era bisogno di un patto così? E che fosse per legge? Forse sì, anche solo perché medici,
infermieri e ammalati, si ricordino che c’è. Lo si dovrebbe fare anche da noi. Una sorta di
contratto basato su competenza e integrità (del medico) e fatto di un articolo solo: che l’i
nteresse dell’ammalato venga prima di quello dei dottori e degli infermieri. Con la consapevolezza
che il cliente ammalato è un cliente molto speciale, partecipa lui stesso a generare il
prodotto, la sua salute, di cui sarà il primo e il solo a beneficiare. Il patto del governo inglese
chiede ai medici di trattare gli ammalati con cortesia, saperli ascoltare e informarli sulle loro
condizioni di salute. In Italia, per i medici, essere gentili con gli ammalati è ancora considerato
un obiettivo da raggiungere. Da noi si fanno i convegni sull’ umanizzazione (che brutta parola per
parlare di ammalati e dei loro medici), non se ne dovrebbero fare più di convegni così. Piuttosto
andrebbero cambiate le regole, un po’ come hanno fatto in Inghilterra. Ci sono dei requisiti minimi
per fare il dottore. Chi è troppo introverso o troppo scontroso o è troppo facile a seccarsi è bene
che non ci provi nemmeno. Con gli ammalati è sbagliato parlare troppo poco, ma anche troppo o
parlargli in troppi. Il medico ha pochi minuti per parlare con l’ammalato, l’ammalato ha tutto il
giorno per pensare a quello che gli è stato detto, e se persone diverse gli hanno detto cose
diverse, ha tutto il tempo per interrogarsi sulle inconsistenze. In spregio a tutte le leggi sulla
riservatezza pochissimi resistono alla tentazione di parlare di malati e di malattie nei corridoi,
in mensa, negli ascensori, nei cortili degli ospedali. O di parlare male dei colleghi (“ma
chi le ha dato questo farmaco?” “vorrei proprio sapere chi ha prescritto questo esame e perché”).
La conflittualità fra ammalati e medici non dipende solo dal fatto che si sbaglia, dipende ancora
di più da come si parla o non si parla agli ammalati. E dal vezzo tutto italiano di commentare
sempre su quello che fanno, o peggio che hanno fatto, gli altri medici.
Giuseppe Remuzzi
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