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La responsabilità dei medici
Corriere della Sera
25/02/2009
L'ipocrisia potrebbe essere una virtù - ha scritto Angelo Panebianco a proposito della legge sul
fine vita - per ridurre le sofferenze dei malati senza offendere certe sensibilità e certe credenze
e evitare di "trasferire nella pubblica piazza ciò che non è assolutamente idoneo ad essere esposto
in piazza". E' proprio così. "Viene uno con trecento malattie, perché deve morire in rianimazione
dopo mesi di ventilazione meccanica? Non è umano. Siamo mortali e dovremmo per un momento poterlo
accettare". E' un infermiere che parla, hanno buon senso gli infermieri. Di chi lavora negli
Ospedali, si parla se fanno qualcosa di straordinario o se sbagliano. Mai di quello che succede
tutti i giorni. "Ci sono delle volte che vado via sfatto da questo posto; cerco di non
pensarci, ma me lo trascino dietro: non riesco a parlarne a casa, ogni sabato sera che sono di
turno, ogni 118 che esce, penso sempre che sia mio figlio che viene qua" è lo sfogo di uno dei
medici delle ottantaquattro rianimazioni che hanno partecipato allo studio del Mario Negri (ne
hanno fatto un libro "Scelte sulla vita", racconta "degli sguardi e delle parole a mezza bocca fra
medici, ammalati e persone affettivamente vicino agli assistiti"). E' un libro pieno di numeri:
quanti si ricoverano, quanti guariscono, quanti muoiono, quando e perché si sospendono le
cure e chi decide, se sono coinvolti i familiari. E di storie: storie di tante notti, di quando si
è troppo stanchi, e c'è troppo silenzio e hai paura di decidere. "Vorrei tornare studente, con
qualcuno che decide per me". Certe volte è più facile non decidere. Ho visto persone di più di
ottant'anni, con il diabete, l'infarto, già diversi by-pass al cuore, un tumore all'intestino
tenuti in vita col respiratore artificiale, e la dialisi. Che prospettiva di vita può avere un
ammalato così? Nessuna, e allora perché si va avanti? Mah, i parenti … Nelle nostre terapie
intensive ogni anno vengono ricoverati 150 mila ammalati, 30 mila muoiono. Le disposizioni di fine
vita ce l'hanno solo l'8 percento, per gli altri qualche volta - poche - decidono i familiari, o il
medico. Tutti i giorni i dottori delle nostre rianimazioni si chiedono se il loro è "un
intervento a favore del paziente o è un intervento contro il paziente" (è la "zona grigia" di
Angelo Panebianco). E devono comunque decidere. "Alla fine cerchiamo di garantire una fine
dignitosa, ma a volte garantiamo una cattiva fine". Quando ci sarà una legge deciderà il giudice o
il fiduciario, che sarà un familiare. Ma i tempi dei giudici non sono quelli dei medici. Nei
tribunali si aspettano mesi e anni. Nelle terapie intensive degli Ospedali si deve decidere in
fretta, minuti certe volte. E i familiari? Delle volte non capiscono cosa stia capitando per quanto
uno si impegni a spiegarglielo. Succede tutto troppo in fretta "noi cerchiamo di far partecipare i
familiari, però non si vorrebbe neanche caricarli di cose che in quel momento non sono in grado di
affrontare". E i dati raccolti da Guido Bertolini fanno vedere che i familiari il più delle volte
preferiscono non decidere, non se la sentono, troppa responsabilità e si affidano alle conoscenze
dei medici e al loro buon senso. Ma non è sempre così, ci sono casi ("i casi sono diversissimi"
scrive Panebianco) in cui sono proprio i familiari a decidere. Michael De Bakey ha insegnato a
tutti i cardiochirurghi del mondo a riparare l'aorta se si rompe. Quando è successo a lui - a 97
anni - non si trovava nessuno che volesse operarlo. Senza chirurgia De Bakey sarebbe morto, solo
che aveva firmato un foglio "niente rianimazione se mi capita di essere in coma". Chiedono al
comitato etico, ma quelli non sanno che pesci prendere. Così nessuno decide, o meglio decide la
moglie. Alla fine un chirurgo si trova. "Sono felice che l'abbiano fatto" ha detto poi a proposito
dei chirurghi che hanno accettato di operarlo. Il bello è che nemmeno si ricordava di aver firmato
il foglio con scritto di non rianimarlo. "I dottori - ha detto - in casi così devono sapere
decidere senza bisogno di comitati". Fare il medico è rianimare certo, ma anche saper sospendere le
cure quando sono inutili. Fa parte delle nostre responsabilità. E' a tutela di chi non ha più
speranza perché non debba subire trattamenti inappropriati (alimentazione e idratazione
aiutano a guarire ma ci sono casi in cui farlo aumenta le sofferenze anziché alleviarle). E di
tanti che di cure intensive invece hanno bisogno per vivere. "La legge - scrive Panebianco con
grande lucidità - è il luogo più inadatto, più inospitale per depositarvi visioni ultime della
vita". Quella che si sta discutendo in Italia a proposito di fine vita non è una brutta legge, è
una pessima legge. Molto meglio non farla.
Giuseppe Remuzzi
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