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Al lavoro dopo il trapianto, seguendo l'esempio di Steve Jobs

Corriere della sera


21/6/2009

Quella di lasciare l' università fu una delle migliori decisioni della mia vita», ha scritto qualche tempo fa Steve Jobs. Da allora cominciò a seguire il suo istinto e a frequentare corsi che lo incuriosivano. Ma che implicazioni pratiche poteva mai avere il corso di calligrafia del Reed College a Portland? Ne ebbe eccome: fu grazie a quel corso che Macintosh raggiunse prestazioni tipografiche che nessun computer aveva mai avuto prima. L' idea fissa di Jobs è di trasformare le disavventure in opportunità, e finora c' è riuscito: due mesi fa il capo della Apple ha ricevuto un fegato nuovo, fra poche settimane tornerà al lavoro. Possibile? Così presto? Certo, la chirurgia dei trapianti ha fatto passi avanti negli ultimi dieci anni e oggi le complicazioni sono minori di un tempo. Sappiamo usare meglio i farmaci antirigetto. Ma qualcuno potrebbe obiettare che rimettersi in attività subito dopo un intervento possa compromettere la funzione di fegato, cuore o reni appena trapiantati. Tutt' altro: tornare al lavoro e impegnarsi come e più di prima consente di liberarsi piano piano dall' incubo di una malattia che, nella maggior parte dei casi, durava da tanti anni. Ci potranno forse essere problemi qualche volta, ma in generale prima si ricomincia meglio è. Kelly Perkins, 42 anni, dopo essersi sottoposta a un trapianto di cuore è arrivata in cima al Cervino; il cestista Alonzo Mourning, poco dopo il trapianto di rene, ha fatto vincere ai suoi compagni dei Miami Heat il campionato di basket Nba. Anche chi è guarito da un tumore deve poter lavorare, naturalmente per vivere come tutti e per ricominciare da capo (con la filosofia di Steve Jobs), ma ancora di più per riprendere il proprio posto nella società. Senza questo, se anche uno guarisce dal tumore è guarito solo a metà.

Giuseppe Remuzzi

 

 
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Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2012 14.59.45 CEST