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Conflitti in corsia

L'Espresso


7/08/2009

Da quando si è scoperto che gli autori di diversi articoli scientifici sulla efficacia e della tossicità dei farmaci non ne avevano scritto e forse neppure letto il testo, gli editori delle più importanti riviste cliniche hanno imposto una serie di misure di controllo, fra cui l'obbligo di dichiarare eventuali conflitti di interesse. E' ovvio che, se gli autori sono stipendiati da un'industria oppure posseggono sue azioni o hanno parenti stretti che ne sono dirigenti, possono non avere quella obiettività richiesta per valutare il rapporto benefici-rischi dei farmaci di una industria o di quella concorrente.
Seguendo questa linea, alcuni ricercatori americani (Jagsi e altri, Cancer 2009, 15 giugno, 2783) hanno voluto indagare i conflitti di interesse nel campo delle ricerche sui tumori riportate dalle riviste più prestigiose. I risultati documentano che in un terzo dei casi vi sono chiari conflitti di interesse: e questa, probabilmente, è una sottostima. I conflitti erano prevalenti fra gli autori appartenenti all'oncologia medica rispetto a quella chirurgica, nei maschi rispetto alle femmine, nei lavori che valutavano farmaci rispetto ad altri tipi di trattamenti, nel caso che il parametro di efficacia fosse la sopravvivenza rispetto alla qualità di vita. Gli studi con conflitti di interesse erano favorevoli al farmaco in esame nel 29 per cento dei casi rispetto al 14 per cento degli studi senza conflitti. Anche gli studi di farmaco-economia, se finanziati dall'industria, tendono a dare una impressione di vantaggi nel rapporto costo-beneficio rispetto a quanto viene documentato da studi condotti da organizzazioni non profit.
Questi dati sono particolarmente significativi nel campo dei tumori, date le forti aspettative dei pazienti e gli alti costi dei nuovi farmaci antitumorali. Non vi è dubbio che a parte i conflitti d'interesse, l'efficacia dei farmaci percepita è migliore di quella reale. Anche perché non tutti i lavori sugli studi clinici sono pubblicati: quelli positivi hanno tre volte più probabilità di essere pubblicati rispetto a quelli che riportano risultati negativi. Infine è documentato che si usa troppo spesso il placebo, si scelgono i farmaci di confronto a dosi e tempi non ottimali, si riportano solo in parte gli effetti tossici.
Tutto concorre a dare una impressione dell'efficacia terapeutica dei farmaci più ottimistica rispetto alla realtà. Un maggiore spirito critico è perciò auspicabile.


Silvio Garattini

 

 
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Ultimo aggiornamento: 23 maggio 2012 15.11.11 CEST