|
Trapianti, un farmaco anti rigetto
Corriere
2/04/2009
Milano - Rigetto e trapianti. Ricerca italiana in prima fila per "annullare" il problema della
compatibilità tra donatore e ricevente e per risolvere la carenza di organi. Due studi
pubblicati oggi su prestigiose riviste internazionali:
The Lancet Oncology e
New England Journal of Medicine: Con dieci pagine e nove tabelle
Lancet Oncology consacra il lavoro della biotech MolMed guidata da Claudio Bordignon.
Cellule staminali più terapia genica. Abbinate riescono a curare le leucemie acute ad alto rischio
quando non è disponibile un donatore compatibile per il trapianto. Fantascienza? Non in Italia,
dove è stato ideato e sperimentato un farmaco (il TK, "orfano" data la rarità della malattia: 5
colpiti su 10.000 in Europa) a un passo dalla commercializzazione. La prima terapia genica al mondo
in formulazione farmaceutica. I risultato dello studio multicentrico europeo di fase II dellla
terapia TK (TK007) su 54 pazienti sono quelli che hanno "eccitato" il
Lancet Oncology. Fabio Ciceri e Chiara Bonini, sperimentatori clinici del San Raffaele di
Milano, firmano il lavoro con Bordignon. TK funziona e MolMed ha ottenuto l'autorizzazione alla
sperimentazione clinica di fase III iniziata nella primavera 2008: è l'ultima fase, poi c'è
registrazione e mercato.
"Le leucemie ad alto rischio - dice Bordignon - sono tumori del sangue per i quali l'unica
cura è il trapianto di cellule staminali del sangue. Ma solo per il 30-40% ei pazienti c'è un
donatore compatibile. Gli altri possono avere cellule parzialmente compatibili (aplo-trapianto) da
familiari stretti". E qui sorgono i problemi. Quali? E' necessario abbassare le difese del paziente
(le cellule chiave sono i linfociti) per impedire che aggrediscano le cellule trapiantate
(rigetto). Ma se le difese vengono troppo depresse può accadere il contrario. Cioè che le difese
del donatore ( ci sono linfociti T tra le cellule trapiantate) aggrediscano il paziente -ospite. Di
qui l'insuccesso. La terapia TK invece, annulla il problema. Come? Spiega Bordignon: "Per ottenere
il risultato abbiamo inserito nei linfociti T del donatore un gene del virus Herpes Simplex. Così i
linfociti T modificati diventano sensibili a un farmaco antivirale. Nel momento in cui il trapianto
aggredisce l'ospite, è sufficiente l'antivirale per spegnere la reazione".
L'altro lavoro italiano compare sul
New England Journal of Medicine (hanno contribuito i Centri trapianto di Padova e Verona,
il
Nord Italia Transplant e il Mario Negri). Dimostra che si possono impiegare anche reni di
donatori molto anziani, con più di 70 anni. Un'importante soluzione per i quasi 10.000 pazienti in
attesa solo in Italia. E l'attesa si chiama dialisi. I reni di persone anziane una volta si
"scartavano" e invece si possono usare, eventualmente trapiantandone due (invece di uno) nello
stesso ricevente. L'idea è partita dal Mario Negri e dall'ospedale di Bergamo. Giuseppe Remuzzi ha
firmato il lavoro. "Le percentuali di successo - dice - sono paragonabili a quelle dei trapianti da
donatori giovani purché prima del trapianto si studi il tessuto renale al microscopio per decidere
se usare un rene solo buono, o due semibuoni".
Mario Pappagallo
|