Gongolano gli industriali del farmaco. Procedono verso L'Aquila, dove quest'anno hanno
deciso di tenere la loro Assemblea pubblica il 25 giugno, soddisfatti per la buona annata.
Perché se gli indici dell'economia virano tutti verso il basso, la spesa per farmaci,
invece, vola. Una crescita del 9,4 per cento tra il marzo del 2008 e quello del 2009 (ultimo dato
disponibile) se la sognano gli altri settori. E pensare che solo un anno fa il segno era
decisamente un "meno" (con una diminuzione del 8,7 per cento tra il marzo del 2007 e quello del
2008). E ancora a giugno dell'anno scorso il trend era negativo: c'è voluta la lunga estate del
2008 con l'arrivo del governo Berlusconi e lo smantellamento del'Aifa, l'agenzia preposta a
controllare il mercato farmaceutico nel nostro paese, per riportare al positivo (c on già un
aumento dello ',4 per cento a dicembre) la spesa farmaceutica convenzionata; ovvero quella
rimborsata dal Servizio sanitario nazionale. Un fiume di pastiglie e preparati che costa ogni anno
circa 10 miliardi di euro e che solo uno sforzo poderoso di regioni e governo centrale era
riuscito, negli anni scorsi, a mettere sotto controllo permettendo notevoli risparmi su sprechi e ,
soprattutto, prescrizioni inutili; ben sapendo che un farmaco prescritto inutilmente non è solo
costoso, ma è sempre anche dannoso per la salute.
Era stata l'Aifa a mettere sotto scacco il sistema di sprechi, prescrizioni selvagge e
mazzette che aveva caratterizzato il mercato farmaceutico italiano fino a pochi anni fa. Grazie a
un'organizzazione del tutto simile a quelle delle agenzia che regolano il mercato negli altri paesi
moderni, e una struttura capace di decidere quali medicine sono indispensabili, e quindi
rimborsabili, quali sono un bluff, pure copie di prodotti col brevetto scaduto e quindi
acquistabili come generici a prezzi più bassi, e quali non hanno una ragione terapeutica e quindi
non vanno ammesse. L'Aifa aveva imposto al mercato farmaceutico criteri scientifici, cosa che in
Italia non era mai accaduta. Ma razionalizzare il mercato ha significato spezzare le ali al
marketing aggressivo delle industrie e alle prescrizioni facili di medici molto coccolati dalle
aziende, e mettere limiti chiedendo prove di efficacia per le medicine prima di rimborsarle. Col
risultato di abbattere di netto la spesa.
Erano anni che gli industriali arrivavano al loro appuntamento annuale con le facce cupe di
chi ha perso la gallina dalle uova d'oro. Poi, il miracolo. Il governo Berlusconi, l'ascesa al
ministero del Welfare (che ingloba la Salute) di Maurizio Sacconi, marito del direttore generale di
Farmindustria Enrica Giorgetti, e l'inchiesta del procuratore di Torino Raffaele Guariniello che
apre una breccia nell'Agenzia. E dà il via libera a una trasformazione radicale di cui si
cominciano a vedere oggi gli effetti.
Perché la corsa della spesa è la cartina di tornasole di un clima mutato. Così come lo sono
i cambi ai vertici dei diversi dipartimenti con l'allontanamento dei decision maker della vecchia
Aifa. Come dirigente all'Ufficio Autorizzazione al commercio è arrivato Maurizio Cori, già
responsabile scientifico dell'agenzia di consulenza regolatoria Segena, ovvero una di quelle
agenzie di lobby che si occupa di preparare per conto delle aziende le pratiche di richiesta di
autorizzazione al commercio e darsi da fare all'Aifa finché la pratica non va in porto. Segena,
girando intorno all'Aifa, è stata coinvolta nell'inchiesta di Guariniello: il suo amministratore
delegato, Matteo Mantovani, è finito nel registro degli indagati per corruzione e ha ammesso di
aver corrisposto a Pasqualino Rossi, rappresentante dell'Aifa presso l'agenzia regolatoria europea,
regali per circa ventimila euro.
Cori è arrivato in uno dei gangli vitali dell'Agenzia, perché il suo ufficio decide delle
cosiddette "note limitative", ovvero di quelle restrizioni che limitano l'utilizzo del farmaco
sulla base dell'efficacia terapeutica. Con questo strumento l'Agenzia imbriglia le strategie di
marketing di molte aziende, che tendono a proporre un farmaco per una patologia dai confini molti
ampi quando invece, spesso, le prove di efficacia ci sono per ambiti più ristretti. Si pensi, ad
esempio, ai costosissimi farmaci oncologici: funzionano su certi pazienti, con un certo profilo
genetico, e non su altri. Non solo, le note servono anche a limitare la passione dei medici
italiani per le novità: indicando magari che un nuovo e costoso farmaco si può prescrivere e
rimborsare solo se uno più vecchio e conosciuto non funziona. Insomma, le note sono un'architettura
di paletti utili a evitare gli sprechi, ma anche a proteggere i pazienti da usi sovradimensionati e
spesso dannosi di nuovi prodotti.
Perché una medicina nuova non sempre è la migliore. L'ultima miracolata dalla nuova Aifa è
la memantina, farmaco per l'Alzheimer più volte valutato come non abbastanza efficace (l'ultima
valutazione è del febbraio 2007). Nel novembre 2008, però, cambia il vento e la memantina è
promossa. Nonostante altre agenzie regolatorie come l'autorevole National Institute of Clinical
Evidence inglese non la rimborsino.
Naturalmente non può essere l'ingresso della memantina ad aver sballato il conti e gli
addetti ai lavori insistono a chiamare in causa il "clima mutato" che autorizza la ripresa di un
marketing aggressivo, di un pressing sui medici, di una corsa al nuovo che nuovo non è ma solo più
costoso. Perché non c'è dubbio che il cuore della spesa farmaceutica sia l'incestuosa relazione
trai medici e gli informatori delle aziende che li visitano continuamente proponendo novità che
spesso di nuovo hanno poco più della scatola e del prezzo. Gli uomini delle aziende sono l'unico
tramite tra i medici e le innovazioni della biomedicina. E questo è un problema.
Perciò, negli anni scorsi, l'Agenzia aveva preso in mano la questione: un bollettino che
dicesse la verità su molti bluff delle industrie, un programma che aggiornasse i dottori senza i
soldi delle industrie. Ma, all'indomani della sua nomina, il nuovo direttore dell'Agenzia, Guido
Rasi, microbiologo gradito ad Alleanza nazionale, ha subito detto di voler concentrare il lavoro
dell'Agenzia sulle autorizzazioni al commercio e sulle ispezioni. Insomma, niente più informazione
indipendente. E il primo a farne nelle spese potrebbe essere il glorioso "Bif", il Bollettino di
informazione che raggiunge ormai 360 mila medici e ha fatto alcune campagne antispreco, prima tra
tutte quella per evitare che si prescrivessero agli ipertesi i nuovi e costosi calcio-antagonisti e
ace-inibitori quando invece gli studi scientifici avevano dimostrato che era molto meglio
prescrivere i vecchi diuretici. Ma nessuno lo aveva detto ai medici e così il Servizio Sanitario
Nazionale spendeva 132.919.427 euro per l'ace-inibitore lisinopril e 278.806.816 per il
calcio-antagonista amlodipina; e solo 470.728 per il diuretico che gli studi indicavano dovesse
essere il farmaco di prima scelta.
Il "Bif", però, sembra avere vita breve. Rasi lo a definito un "opuscoletto inutile e
costoso". Eppure una ricerca del Censis, ancora in fase di pubblicazione, effettuata su un campione
di mille medici, riferisce che un dottore su quattro lo ritiene più affidabile delle altre riviste
scientifiche. E se a costare fosse la carta su cui è stampato Guido Giustetto, medico di famiglia
che non riceve un informatore farmaceutico da anni e ci tiene molto a "Bif", ricorda che grande
successo ha avuto la versione on-line, con le sue diecimila iscrizioni.
Il "Bif" è una piccola cosa, ma, ricorda Giustetto, è l'unica voce indipendente che sentono
i medici. E certo a Big Pharma conviene non farla sentire. Come conviene che sparisca l'unico
strumento di aggiornamento non sponsorizzato dalle aziende che i dottori hanno. Ecce, il progetto
di formazione a distanza, che oggi risulta sospeso, col quale, secondo la prestigiosa "Plos
Medicine", <<l'Aifa ha cercato di bilanciare un contesto in cui le case farmaceutiche sono
state per anni l'unica fonte di informazione>>. Molto tangibile: ogni anno le aziende
italiane spendono in marketing 8 mila euro a dottore e sponsorizzano quasi ventimila congressi per
il loro aggiornamento, animando un business da circa 140 milioni di euro l'anno.
Meglio il marketing della ricerca
La cannonata l'ha tirata alla fine di maggio lo stesso Guido Rasi, direttore dell'Aifa, sul
"Giornale" e sul "Corriere della Sera". Un colpaccio proprio al cuore della creatura più amata
della comunità bioscientifica italiana. La ricerca indipendente messa in piedi dall'Agenzia con un
comitato scientifico splendente e i denari provenienti da una tassa all'industria. Da quattro anni
ogni azienda farmaceutica deve devolvere per questo scopo il 5 per cento delle spese di marketing,
e a oggi, la kabala ha messo a disposizione 78 milioni di euro assegnati a 151 studi con criteri
che sono quanto di più limpido si possa immaginare, gli stessi che il massimo esponente degli Nih
americani, Toni Scarpa, ha proposto al viceministro Fazio che gli aveva chiesto come riformare
l'intera macchia dei finanziamenti italiani alla biomedicina. Ma, ha esternato Rasi: tempi troppo
lunghi e troppi soldi dati all'Istituto Mario Negri diretto dallo stesso Silvio Garattini che
presiede una delle Commissioni di valutazione. Commissione che, però , in realtà non ha alcun
potere decisionale, perché a decidere a chi andranno i soldi è un pool internazionale di esperti
del quale il direttore del Mario Negri non fa parte.
<<Per la prima volta in Italia chi ha vinto non deve ringraziare nessuno>>, ha
commentato Giuseppe Traversa, fino a inizio giugno responsabile dell'Ufficio Ricerca e Sviluppo
dell'Aifa. Traversa ha dato le dimissioni dopo le esternazioni di Rasi che egli considera
<<accuse inaccettabili>>, come scrive in una lettera ai responsabili degli studi.
Perché sono loro a essere, per primi, accusati da Rasi: avrebbero intascato i 78 milioni senza però
produrre risultati.
Ma il direttore, professore di microbiologia,s a bene che i tempi per mettere a punto uno
studio, tra approvazioni di comitati etici e arruolamento pazienti, sono assai più lunghi dei tre
anni fin qui passati.
Lo conferma Giuseppe Remuzzi, ricercatore di fama internazionale, membro del board del "New
England Journal of Medicine", che calcola il tempo minimo per avere i primi risultati di uno studio
serio: <<Almeno sei mesi per le autorizzazioni, un anno per il reclutamento pazienti, da uno
a tre per le osservazioni ed un annetto almeno per le elaborazioni dei dati>>. Da quattro a
sei anni nella migliore delle ipotesi, dunque. E in questo frattempo a verificare che i ricercatori
non battano la fiacca c'è un sistema di tracciabilità. Come spiega Traversa: <<Un sito
gestito da Cineca che documenta ogni fase degli studi. I soldi, inoltre non vengono erogati
all'inizio, ma in percentuali solo a comprovato stato di avanzamento lavori>>. E a riprova
della qualità, è arrivata la pubblicazione sul "New England" della prima ricerca finanziata Aifa.
Insomma, nessuno vede le lentezze ravvisate da Rasi. Anzi anche i più smaliziati osservatori devono
ammettere che Traversa aveva fatto le cose per bene. Anche se alle industrie la ricerca
indipendente non piace, rischia di scoprire verità diverse da quelle che piacciono al
marketing.