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Liberalizzare i farmaci di fascia C?
Oggi
24/1/2012
Si parla molto in queste settimane dei farmaci di fascia C in seguito alla proposta del Governo di rendere disponibile questo gruppo di prodotti in luoghi diversi dalle farmacie.
I farmaci di fascia C sono i prodotti medicinali che non vengono rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. Sono considerati farmaci di scarsa utilità. Essi infatti includono da un lato i cosiddetti prodotti da banco, con indicazioni terapeutiche minori che non richiedono la ricetta, cioè la prescrizione medica; e dall’altro, quei prodotti che, pur richiedendo una ricetta, sono ritenuti di scarsa efficacia o di prezzo più elevato rispetto a prodotti che si chiamano di fascia A e che vengono invece rimborsati dal Servizio Sanitario Nazionale. Secondo il Rapporto Nazionale dell’AIFA 2010 sull’uso dei farmaci in Italia, i prodotti di fascia C hanno un mercato di circa 6 miliardi di euro per un totale di circa 715 milioni di confezioni. Probabilmente una cifra reale è un po’ minore perché i 6 miliardi includono anche una piccola frazione di farmaci di fascia A che viene acquistata privatamente. Si tratta comunque di un’importante frazione del fatturato delle farmacie, che ammonta a oltre 19 miliardi di euro a cui si deve aggiungere il ricavo di tutti i prodotti igienici, cosmetici, omeopatici e di varia natura che sono venduti in farmacia. E’ quindi comprensibile che i proprietari di farmacia difendano i loro interessi anche perché non bisogna dimenticare che i farmaci di fascia C vengono pagati immediatamente dai clienti e quindi costituiscono liquidità. Non solo, ma rappresentano un gruppo di prodotti per cui le industrie farmaceutiche possono applicare il prezzo che ritengono più opportuno e che risulta più alto di quello di altri Paesi europei. Su questi prezzi le farmacie possono contrattare oltretutto sconti più elevati rispetto a quelli dei prodotti di fascia A regolati per legge.
Il Governo ritiene che la liberalizzazione di tutti i farmaci di fascia C al di fuori delle farmacie, che in Italia come in altri Paesi hanno un numero limitato per legge, possa rappresentare un vantaggio. Occorre ricordare che già ora è possibile vendere i farmaci da banco al di fuori delle farmacie e la proposta del Governo rappresenta perciò l’estensione della vendita anche ai prodotti di fascia C che richiedono ricetta medica. I vantaggi sarebbero rappresentati da una maggiore facilità di acquisto da parte dei consumatori che avrebbero a disposizione più punti di vendita con riferimento alla possibilità di acquisto nei centri commerciali. Inoltre maggiori punti di vendita potrebbero determinare una maggiore concorrenza sui prezzi e, dato molto importante nell’attuale stato di crisi, una maggiore occupazione. I proprietari di farmacia per dare forza alle loro motivazioni sostengono che la vendita dei farmaci in centri commerciali snatura completamente la distribuzione di prodotti che riguardando la salute mentre dovrebbe essere confinata in locali professionalmente adeguati quali sono le farmacie. Tuttavia ignorano volutamente che la vendita dei prodotti di fascia C in qualsiasi luogo che non sia la farmacia richiede comunque la presenza di un farmacista per cui è difficile pensare che il farmacista sia un professionista solo all’interno della farmacia e non in altre strutture. Meraviglia come l’Ordine dei Farmacisti non abbia fatto sentire adeguatamente la sua voce per evitare che l’opinione pubblica abbia l’impressione che esistano due tipi di professionalità, quella “buona” presente in farmacia e quella “cattiva” presente nei centri commerciali.
Silvio Garattini
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