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Un uomo buono "nato" primario
Eco di Bergamo
29/11/2011
Del dottor Mecca dicevano che fosse "già primario quand'era assistente del professor Cantoni" (un po' come Pio XII già papa ai tempi del collegio Capranica). In dialisi ce l'hanno mandato perché qualcuno ci doveva pur andare, gli altri sono rimasti in medicina e oggi non se li ricorda più nessuno. "Il Mecca" quell'incarico l'ha preso sul serio. Con i malati e con i libri se la cavava bene, con le macchine meno, ma s'è preso un dottore che sapeva di filtri e di pompe come pochi e tre infermiere giuste. La prima dialisi a Bergamo è stata nel ’69 ma lui già prima era andato a vedere come facevano gli altri, quei pochi che avevano cominciato prima di lui: Vercellone a Torino e poi Minetti, Ponticelli e D'Amico a Milano e col garbo e lo stile inconfondibile di uno che sembrava uscito da Country Life in poco tempo s'è fatto amico di tutti.
Ci siamo incontrati nel ‘75 quando cercava un giovane medico per il suo reparto che nel frattempo era già "nefrologia e dialisi". Sapevamo tutti e due che altri aspiravano a quel posto e qualcuno era arrivato anche prima di me. Cosa fare? Lui non voleva scontentare nessuno. Un giorno gli dico "perché non prova con me, vedrà si troverà contento". Lui non l'ha mai saputo ma l'impegno a mantenere quella promessa ha condizionato il lavoro di tanti colleghi e il mio per più di 20 anni.
Negli anni ‘70 "il Mecca" in Italia era già un personaggio: ai congressi sedeva fra i nefrologi che contano in prima fila (allora usava cosi') e certe mosse fuori dagli schemi erano l'unica nota divertente di incontri qualche volta un po' noiosi. Ho un bellissimo ricordo di quando si andava insieme al S. Carlo e delle poche volte che siamo andati insieme all’estero (Amsterdam, Stoccolma e Helsinki). Tutto bene fino alla sera quando c’era da decidere dove andare a cena: si entrava e si usciva da dieci posti prima di trovarne uno che gli andasse bene, e quando finalmente ci si sedeva da qualche parte "no , qui no , non mi piace non torniamo là?" (là era dove eravamo usciti tre minuti prima).
Cominciavamo a fare un po’ di ricerca, piccole cose si capisce, ma abbiamo avuto fortuna, i primi due lavori sono finiti sul Lancet e sul British Medical Journal e nel ‘79 c'è stato il convegno di Bergamo, 'Endothelium, platelets, prostaglandins and renal diseases' con ospiti da brivido. Della serata passata nella casa di campagna del dottor Mecca i nefrologi ma anche gli studiosi di piastrine, endotelio e prostaglandine di tante parti del mondo hanno parlato per anni e ne parlavano persino quelli che non c'erano. I primari dei grandi Ospedali di Milano e non solo erano tutti li', e Giuliano era felice quella sera. Ma con tanti relatori di fama venuti dagli Stati Uniti e dall'Inghilterra (fra l'altro tutti a spese loro, anche l’aereo), i milanesi hanno cominciato a chiedersi cosa stesse succedendo a Bergamo, c'era un po' di gelosia insomma. Lui ne ha certamente sofferto ma non ne parlava. Tutt’altro ci incoraggiava ad andare avanti. Aveva capito da tempo che non possono esserci buone cure senza scienza. E' con lui che ha preso forma l'idea di avere un Istituto di ricerca che poi è diventato Mario Negri.
Di quello che l'Istituto ha fatto per Bergamo e di quanto abbia contribuito a trasformare il nostro Ospedale in uno dei più qualificati d'Italia s'è detto e scritto molto.
Ma quanti sanno che è partito tutto dallo scantinato delle prime dialisi? ('il Mecca' l'avevano messo lì con la sua pipa in un ufficietto da niente). Senza il dottor Mecca, le sue intuizioni, la sua voglia di sapere, le sue riviste tutte scritte in inglese e perfino le sue paturnie, l'Ospedale di Bergamo oggi sarebbe più o meno come tanti della Lombardia, come quello di Cremona o quello di Mantova per esempio.
Giuseppe Remuzzi
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