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Dire che la donna sarà fertile più a lungo è pessima informazione medica
Gente
28/6/2007
La notizia riportata dai mass-media riguardante l'allungamento del periodo fertile nella donna è un
esempio di pessima informazione scientifica.
Al primo posto della classifica, o come si dice in linguaggio ciclistico il detentore della “
maglia nera”, è l'autore della ricerca, il baronetto Robert Winston che annuncia una scoperta senza
fornire il modo per valutarla o quantomeno poter esprimere un giudizio informato.
Non risulta che i risultati della ricerca siano stati pubblicati e quindi abbiano superato
quella barriera critica rappresentata dal “referaggio”, cioè dal parere di esperti del settore che
hanno il compito di esprimere una valutazione critica.
L'autore inoltre non fornisce dettagli, trincerandosi dietro il “segreto industriale”, cioè
per non perdere il diritto di poter ottenere un brevetto e quindi di poter sfruttare economicamente
i risultati della ricerca. Questa caccia al brevetto, ormai largamente diffusasi nell'ambiente
accademico, tende a snaturare le caratteristiche della ricerca scientifica che ha le sue basi
etiche nella trasparenza e nella collaborazione con i colleghi di tutto il mondo.
Non ci sono pregiudizi contro la brevettabilità, ma se un ricercatore vuole ottenere il
brevetto non deve avere necessità di annunci parziali, attenda di avere il brevetto prima di
parlare.
Veniamo comunque al problema, per quanto poco se ne può dire date le scarse informazioni
disponibili. È noto a tutti che il pieno di ovuli nell'ovaio (circa 400.000) presente in una
sedicenne si svuota pian piano nel tempo fino a rimanerne privi – o per lo meno ad averne pochi non
adatti alla fertilizzazione – dopo 45 anni con l'avvento della menopausa.
Se nel passato, quando la donna rimaneva a casa, il periodo fertile poteva essere più che
sufficiente ad avere una “valanga” di figli, oggi che le donne lavorano e sono in carriera i figli,
o meglio il figlio, si progetta intorno ai 35 anni. È vero che esistono oggi le opportunità della
fecondazione assistita nel caso in cui la gravidanza tardi ad arrivare, ma è altrettanto vero che
ciò richiede di sottoporsi a trattamenti ormonali che non sono sempre ben tollerati e privi di
effetti collaterali.
La scoperta che consisterebbe nella identificazione di una proteina che tenderebbe – il
condizionale è d'obbligo – a preservare gli ovuli in buone condizioni. Questa proteina, attraverso
un meccanismo che non è stato rivelato proteggerebbe il mantenimento degli ovuli nell'ovaio. In
altre parole la proteina, evitando la perdita di ovuli, aumenterebbe la durata del periodo fertile
di circa 10 anni.
Non è noto per il momento se questa proteina sia stata identificata negli animali da
esperimento o nella donna, anche se è stato riportato che la proteina presente negli ovuli
diminuisce con l'età della donna. Da qui l'ipotesi che la proteina possa diventare un farmaco, che
evidentemente dovrebbe essere somministrato per tutta, o quasi tutta, la vita fertile della donna.
Ovviamente possiamo gioire per la scoperta perchè ogni aumento di conoscenza è un bene che
prima o poi potrà venire utilizzato: tuttavia non si può accettare al momento attuale l'idea che la
proteina possa dilazionare la durata della fertilità: molta strada deve essere ancora percorsa.
Bisogna stabilire che la proteina non sia tossica e che, una volta somministrata presumibilmente
per iniezione, possa arrivare all'ovaio.
Bisogna anche determinare quale sia la dose attiva ed eventualmente se non interferisca con i
trattamenti anticoncezionali. Altre domande sorgono spontanee.
Il trattamento così prolungato può essere cancerogeno?
In caso di fecondazione in età “ non canonica” si può correre il rischio di malformazioni?
E ancora quale potrà essere lo sviluppo del neonato?
Come si può facilmente osservare sappiamo troppo poco per poter pensare che siamo di fronte a
un risultato che abbia un valore pratico. Queste notizie rischiano solo di suscitare illusioni.
In conclusione, indipendentemente da questo caso, sarebbe bene che medici e ricercatori che
vogliono dare risonanza alle loro ricerche, esercitassero un po' più spirito critico. Sarebbe anche
molto utile che non si celebrassero sempre necessariamente i risvolti pratici o per lo meno si
dicesse che i tempi necessari per raggiungerli sono molto lunghi.
Abbiamo il dovere di mantenere credibile il mondo della ricerca. Che cosa si concluderebbe se
qualche giornalista avesse l'interesse a stabilire cosa è successo delle promettenti scoperte
annunciate con enfasi negli ultimi decenni?
Silvio Garattini
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