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Tante incertezze e omissioni

Il Sole 24 Ore Sanità


22/28 maggio 2007

Il “caso Di Bella”, una storia ormai quasi dimenticata, sembra lontano anche se resistono ancora alcuni medici – non sappiamo quanti – che continuano ad applicare una “terapia” in modo abusivo, illudendo pazienti e familiari disperati.

Eppure solo pochi anni fa giornali, radio e televisioni dedicavano considerevole spazio al tema, per lo più parteggiando per i sostenitori e avversando gli antagonisti; la politica si era divisa come se le terapia del cancro potesse essere di destra o di sinistra e perfino il governo aveva traballato e rischiato di cadere.

Tutto era partito da un vecchio professore universitario che, con l'aiuto di alcuni ammalati e di molta fantasia, aveva messo a punto un rimedio universale per tutti i tipi di tumore e forse anche di qualche altra malattia degenerativa che conteneva parecchi componenti fra cui la ciclofosfamide (a piccole dosi) apparteneva alla chemioterapia convenzionale, l'acido retinico era utilizzato per una rara leucemia, altri principi attivi, fra cui melatonina e somatostatina, non avevano solide basi sperimentali.

Come sempre accade per questi tipi di rimedi miracolosi si trattava di una terapia molto costosa che indusse molte famiglie a svenarsi per ottenere i soldi necessari per acquistare i farmaci. I risultati non avevano alcuna documentazione: erano una specie di passa-parola; chi giurava sui risultati ottenuti lo faceva con grande entusiasmo, sottacendo che aveva fatto precedentemente una chemioterapia, che aveva iniziato la “cura” Di Bella solo da poche settimane, che non aveva una diagnosi certa di tumore o che aveva un tumore poco aggressivo e quindi di lungo decorso.

La tragedia è che qualcuno – non sappiamo quanti – è morto mentre avrebbe potuto salvarsi.

Poi è arrivata la sperimentazione, discutibile sul piano etico, ma forse necessaria per risolvere un problema che stava diventando sociale e, fra l'altro, screditava il nostro paese in tutto il mondo.
I risultati non potevano che essere negativi dato che l'unico interrogativo che si poneva era la guarigione.

Era evidente che la sperimentazione non avesse i crismi della scientificità, ma se il quesito era la vita o la morte è chiaro che non ci volessero protocolli sofisticati. La sperimentazione in qualche modo chiuse il caso e giornali, radio e televisioni improvvisamente si occuparono di altri problemi.
Come spesso accade nel nostro paese passò tutto nel dimenticatoio e siamo perciò pronti a occuparci del prossimo prodotto miracoloso anticancro.

Sarebbe invece importante, potendo operare con un distacco nel tempo, poter riflettere su quell'episodio per trarne lezione e non ricadere negli stessi errori. Forse una grande cassa di risonanza al “caso” è stata data dalla discesa in campo di alcuni magistrati che con i loro ordini hanno in qualche modo quasi legittimato agli occhi del pubblico la possibilità che la terapia fosse efficace.

Pur riconoscendo le buone intenzioni, è difficile capire su quale base un giudice decida di far pagare al Servizio Sanitario Nazionale una terapia che aveva tutte le caratteristiche per essere completamente inutile.

L'altra componente attiva nel permettere il tumultuoso sviluppo del “caso” è stata l'assenza quasi completa degli Ordini dei Medici che per buona pace si sono ben guardati dal sospendere dalle loro funzioni medici che palesemente creavano e alimentavano nei pazienti grandi illusioni, cui sarebbero inevitabilmente seguite cocenti delusioni.

Gli oncologi dovrebbero pure riflettere sulla parte che hanno avuto, perché il loro comportamento non è stato del tutto coerente con le loro conoscenze.
Alcuni anche fra i più autorevoli hanno ammiccato, forse per evitare un'impopolarità che avrebbe diminuito le loro entrate. Altri avevano qualche scheletro nell'armadio per dare un parere autorevole, altri ancora avevano promesso troppe volte che la cura dei tumori era ormai vicina, dietro l'angolo, per essere di nuovo credibili.

La stessa comunità scientifica è stata titubante, senza grandi capacità di convinzione, forse perché ha sempre avuto poca dimestichezza ad interagire con il pubblico, utilizzando un linguaggio comprensibile. I giornalisti poi – con qualche notevole eccezione – hanno di fatto sfruttato l'occasione in modo irresponsabile con la sola scusante di avere scarse conoscenze scientifiche per capire la situazione.

Per concludere: vogliamo trovare un po' di tempo per stendere un documento sul “caso” Di Bella. Magistrati, ordine dei medici, oncologi, ricercatori e giornalisti non dovrebbero eludere questa loro responsabilità.


Silvio Garattini

 

 
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