Perché non brevettiamo le nostre ricerche

Cos’è un brevetto in campo farmaceutico? È l’atto legale che stabilisce la proprietà da parte di un’azienda o un laboratorio farmaceutico su una specifica scoperta. Lo scopo è di ottenere il monopolio - per un periodo di venti anni - nella vendita del farmaco, che eventualmente ne deriva, senza che altri possano produrre e vendere lo stesso prodotto.

Può un’istituzione scientifica non brevettare le proprie ricerche senza compromettere la sua attività e il suo funzionamento? L’esperienza dell’Istituto Mario Negri dimostra di sì.

Da oltre 50 anni l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri, in controtendenza con l’idea dominante, non richiede brevetti sulle proprie ricerche. Non perché siamo contrari in linea teorica ai brevetti in campo medico. Anzi negli anni '60 e '70, quando in Italia non esistevano brevetti per i farmaci, proprio il Mario Negri sosteneva la necessità del brevetto come incentivo necessario per assicurare l’innovazione scientifica.

Perché quindi rimanere oggi al di fuori della impostazione brevettistica?

Lo facciamo soprattutto per essere liberi. Liberi nell’orientamento e nella selezione dei temi di ricerca. Se invece l’obiettivo fosse il brevetto e il suo sfruttamento, sarebbe inevitabile orientarsi verso ricerche economicamente sfruttabili.

 

NON BREVETTARE: UNA SCELTA DI LIBERTA’

Libertà da conflitti di interesse

Scegliere di non brevettare le proprie scoperte evita di cadere in un conflitto di interesse. Inevitabilmenteessere titolari di un brevetto spinge a promuovere e difendere in ogni modo il proprio prodotto. Se per esempio si tratta di un farmaco può indurre a unavalutazione del   rapporto fra benefici e rischi non sempre obiettiva.

Libertà di critica

Se il brevetto arriva a realizzare un farmaco – cosa poco frequente – è difficile essere oggettivi. La vendita del farmaco comporta royalties e il tentativo di massimizzarle diventa inevitabile. Inoltre, molti ricercatori hanno funzioni consultive, a loro possono essere richiesti pareri da parte delle autorità regolatorie o del Servizio Sanitario Nazionale. Come potranno essere distaccati nel giudizio nei confronti del loro farmaco o dell’azienda che lo produce oppure nei confronti dei prodotti concorrenti il cui successo rischia di far diminuire le royalties?

Libertà di comunicare

La realizzazione di brevetti richiede confidenzialità, segreto, mentre la scienza, in particolare quella biomedica, deve essere aperta e trasparente. La pubblicazione dei propri risultati può avere conseguenze inimmaginabili, può cambiare il corso delle ricerche di altri gruppi di ricercatori ed essere così punto di partenza per altre scoperte. I ricercatori hanno il dovere di dare informazioni corrette al pubblico attraverso i mass media, e quindi devono essere liberi di non avere remore o sottacere:

·      quando la comunicazione dei produttori dei farmaci eccede nel promuoverne gli effetti favorevoli o minimizza quelli dannosi,

·      quando si promettono inverosimili successi,

·      quando il costo dei farmaci è sproporzionato e insostenibile.  

È augurabile quindi che i ricercatori e i loro istituti siano scevri dal sospetto di avere interessi economici, in modo da fugare ogni dubbio da parte di chi viene informato.  Se si è privi di interessi diretti è più facile essere obiettivi.

Libertà di collaborare

In un mondo che richiede sempre più collaborazioni multidisciplinari con altre istituzioni è più facile interagire quando la collaborazione non nasconde la possibilità di utilizzare le idee degli altri per ottenere vantaggi per i propri brevetti.

In conclusione, non mettiamo in discussione l’importanza che l’industria tuteli i propri prodotti con il brevetto, ma suggeriamo che nella collaborazione tra industria e accademia ciascuno mantenga chiaro il proprio ruolo e il proprio profilo etico. Tra industria e accademia è necessario instaurare un reale interesse scientifico, che sia complementare fra le due parti, evitando strumentalizzazioni propagandistiche. Le istituzioni scientifiche non devono accettare fondi per ricerca che in realtà mascherino la richiesta di un supporto in altre direzioni.

Mantenere un’istituzione di ricerca in equilibrio costante fra la necessità di trovare risorse per farericercare, senza rinunciare alla propria libertà, alla dignità, allo spirito critico, è impresa difficile e complicata. Soprattutto in Italia, dove i fondi pubblici sono scarsi e male utilizzati. È quindi opportuno che l’opinione pubblica impari a distinguere fra chi cura interessi personali e chi si occupa di interessi della comunità, per non far mancare il suo sostegno a questi ultimi.

Tieniti aggiornato sulle novità dell'Istituto Mario Negri. 

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