January 26, 2021
ultimo aggiornamento:
5/2/2021

Qual è l'impegno del Mario Negri nella lotta al Covid-19?

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Qual è il lavoro di un ricercatore che studia il virus del Covid-19?

Per prima cosa il virus viene isolato a partire da un campione di sangue/saliva di una persona o animale infetto.

Il suo DNA viene “letto” (in gergo sequenziato) così da avere il maggior numero di informazioni possibili.

Poi si studia in che modo il virus entra nelle cellule, quali meccanismi scatena una volta al suo interno e quanto è infettivo per l’uomo.

Cosa fanno i ricercatori del Mario Negri per combattere il Covid-19?

I ricercatori del Mario Negri non studiamo direttamente i virus ma nonostante questo il Covid-19 ha unito tutti i ricercatori in unico grande laboratorio dove ognuno ha messo in gioco le proprie conoscenze per aiutare a risolvere un problema che coinvolge tutto il mondo.

Lavorare con la scienza è sicuramente un lavoro stimolante che ogni giorno mette alla prova: non sempre gli esperimenti danno risultati positivi ma, come in un puzzle, ogni singolo risultato può portare a grandi scoperte.

L’Istituto Mario Negri sin dall’inizio della pandemia si è impegnato in prima linea su diversi fronti: dalle unità di crisi dei PS fino allo studio dei geni coinvolti in questa malattia.
Nel Laboratorio di biomarcatori traslazionali, i ricercatori si occupano dello studio di proteine che circolando nel sangue segnalando la presenza di una malattia del cervello e del midollo spinale. Queste proteine si chiamano biomarcatori. Nell’ambito Covid-19 il gruppo ha messo in gioco le sue conoscenze e, in collaborazione con molti ospedali, si occuperà di analizzare, all’interno dei campioni di sangue di persone positive al Covid, i marcatori dell’infiammazione già conosciuti e marcatori nuovi, per capire se dalla loro quantità nel sangue si può dedurre se la malattia sarà più o meno grave. In questo modo sarà più semplice trovare la cura migliore.

Sempre nell’ambito della ricerca contro Covid-19, anche i ricercatori del Dipartimento di Medicina Molecolare, con sede a Bergamo, si sono occupati di comprendere la reale circolazione del virus nel territorio che ha maggiormente sofferto durante la prima ondata, e cioè Bergamo e provincia. Lo studio ha permesso di verificare la validità di un nuovo test sierologico rapido “pungidito”, che si è dimostrato uno strumento estremamente efficace e prezioso per identificare nel giro di dieci minuti soggetti che siano venuti a contatto col virus. Grazie a questo studio, inoltre, è stato possibile evidenziare che quantificare l’entità della carica virale dei tamponi, cioè specificare se sia bassa o alta, è di fondamentale importanza.

Non si può parlare di tamponi, senza parlare di carica virale, poiché è proprio questa a determinare la contagiosità di un individuo. E lo sanno bene i ricercatori del Laboratorio di Terapia Genica e Riprogrammazione cellulare, i quali hanno messo a punto un test, ancora in fase di studio ma già illustrato in letteratura, per arrivare a definire quanta carica virale è necessaria per identificare un soggetto come contagioso o come non contagioso.  

Il Laboratorio di Biologia Cellulare e Medicina Rigenerativa, invece, sta conducendo uno studio per comprendere l’effetto del virus Sars-CoV-2 sul sistema immunitario. Si è visto, infatti, che le manifestazioni più severe della malattia Covid-19 dipendono da una risposta immunitaria alterata. Attraverso lo studio di particolari cellule del sistema immune, le cellule T e B, essenziali nell’eliminazione dei virus e nella produzione di anticorpi, questa ricerca aiuterà a capire come il sistema immunitario risponde al virus e perché in alcuni casi la risposta sia incontrollata.

Ad impegnarsi nella lotta contro Covid-19, anche diversi laboratori del Centro di Ricerche Cliniche “Aldo e Cele Daccò" dell’Istituto. Da anni i ricercatori del Centro studiano le malattie rare e i difetti genetici che ne sono l’origine. Ora stanno mettendo le loro conoscenze al servizio della ricerca contro il coronavirus per comprendere il perché esistano manifestazioni così diverse della malattia da Covid-19. L’ipotesi alla base dello studio, noto come Progetto ORIGIN, è che le variazioni dell’assetto genetico di un individuo possano avere un’influenza sulla gravità della malattia causata dal nuovo coronavirus e possano spiegare le diverse risposte all’infezione. In questo modo si arriverà ad individuare chi può essere più predisposto a sviluppare una forma grave di malattia.

Laura Pasetto - Laboratorio Biomarcatori Traslazionali - Dipartimento di Neuroscienze

Editing Raffaella Gatta - Content manager

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