
Estate, vacanze, mare. Mettiamo la protezione solare. Andiamo a fare una nuotata. Gesti semplici, quotidiani, spontanei. I cui effetti, però, vanno ben oltre il nostro corpo. Parliamo dell’impatto dei filtri UV (ossia raggi ultravioletti) sull’ambiente marino, dei rischi connessi ad alcune formulazioni e di come scegliere consapevolmente la prossima protezione solare, pensando non solo alla nostra pelle ma anche alla salute degli ecosistemi. A guidarci è Gianluca Selvestrel, a capo dell’Unità di Sostenibilità Ambientale per i Sistemi Industriali e Sanitari dell’Istituto Mario Negri.
Usate da più di mezzo secolo, le creme solari contengono ingredienti che schermano la pelle dai raggi ultravioletti. Questi filtri UV possono essere di due tipi: chimici (o organici) e fisici (o minerali).
I filtri UV chimici sono composti sintetici a base di carbonio che assorbono i raggi UV trasformandoli in calore, agendo come una “spugna” che cattura la radiazione solare. I più diffusi sono:
A questi si aggiungono filtri UV chimici di nuova generazione, come:
I filtri fisici sono polveri minerali naturali che respingono e riflettono i raggi UV, creando una vera e propria barriera protettiva sulla pelle, simile a uno specchio. I più comuni sono:
In breve, i filtri UV chimici assorbono e neutralizzano le radiazioni ultraviolette, i filtri UV fisici le riflettono direttamente, offrendo una protezione immediata e spesso più delicata per la pelle.

Ovviamente il rilascio dei filtri in mare avviene soprattutto nel periodo estivo, con l’aumento dei bagnanti. Basti pensare che durante una sola giornata estiva e in una sola spiaggia del Mediterraneo si possono rilasciare in mare fino a 4 kg di nanoparticelle di biossido di titanio.
I filtri UV, poi, non sono presenti soltanto nelle protezioni solari e in alcuni cosmetici, ma anche in prodotti insospettabili quali vernici, plastica o cemento. A causa dell’uso massiccio e globale che se ne fa, si stima che ogni anno finiscano in acque dolci e salate, nell’acqua potabile, nei fanghi di depurazione e in diversi organismi viventi tra le 6.000 e le 14.000 tonnellate di filtri UV.
Gli studi ci dicono che questi composti sono ormai ovunque, persino in luoghi remoti del mondo come l’Artico. A causa della loro natura lipofila – cioè della tendenza ad accumularsi nei grassi – si ritrovano nei tessuti muscolari e adiposi degli organismi marini, dove possono persistere a lungo con potenziali ripercussioni sia per la biodiversità marina sia per la salute umana. Octocrilene, octinossato, PABA, ossibenzone e benzofenone-1 sono stati rinvenuti in mitili, crostacei, pesci, mammiferi marini, uccelli marini e coralli.
Due sono i modi con cui queste molecole possono raggiungere il mare: direttamente - con i bagni, la doccia all’aperto o anche attraverso l’urina - e indirettamente, tramite gli scarichi urbani e industriali e gli impianti di trattamento delle acque reflue che non riescono a rimuovere efficacemente questi composti.

Tra gli effetti dei solari sugli ecosistemi marini ci sono:
Sbiancamento dei coralli - Ingredienti come l'ossibenzone e l'octinossato possono causare lo sbiancamento dei coralli (coral blenching), compromettendo la loro sopravvivenza. Non a caso queste sostanze sono vietate in Paesi come Palau, Hawaii, Key West, le Isole Vergini degli Stati Uniti e nelle riserve naturali in Messico.
Disturbi ormonali - Alcuni filtri solari possono agire come interferenti endocrini, causando squilibri ormonali e alterazioni riproduttive in diversi organismi marini. Possono ad esempio modificare il sesso di alcune specie di pesci, causandone l’estinzione.
Morte degli organismi marini - Alcune sostanze sono altamente tossiche per coralli, pesci e altri organismi marini, arrivando a causarne la morte.
Blocco della fotosintesi - Le creme solari possono formare una pellicola sulla superficie dell'acqua, limitando l'accesso della luce e impedendo la fotosintesi, con conseguenze sulla salute degli ecosistemi marini.
Esistono creme solari, con formulazioni recenti, che promettono di proteggere la pelle dai raggi del sole con un impatto contenuto sugli ecosistemi acquatici. Ma per scegliere una protezione solare ecologica è fondamentale far attenzione ad alcune caratteristiche:

È importante ricordare che i raggi ultravioletti sono molto dannosi per la nostra salute e che le creme solari svolgono un ruolo fondamentale nella prevenzione di scottature, invecchiamento cutaneo e soprattutto tumori della pelle come il melanoma, tra le neoplasie aggressive in aumento, anche tra i giovani adulti. Tuttavia è importante considerare che determinati ingredienti, in particolare alcuni filtri UV chimici come l’ossibenzone e l’octinossato e l’octocrilene, oltre a danneggiare l’ambiente, possono avere potenziali effetti indesiderati anche per l’essere umano.
Studi clinici e sperimentali hanno mostrato che questi ingredienti possono essere assorbiti sistemicamente, raggiungendo concentrazioni nel sangue superiori ai limiti considerati sicuri dalla FDA. L’ossibenzone, in particolare, nominato “allergene dell’anno” nel 2014, è stato rilevato anche nel latte materno e nelle urine, sollevando interrogativi sulla sua sicurezza a lungo termine. Alcuni studi ipotizzano effetti sul sistema endocrino, come alterazioni degli ormoni tiroidei e riproduttivi.
Sebbene ad oggi non siano state dimostrate in modo definitivo conseguenze clinicamente rilevanti negli esseri umani derivanti da questo assorbimento, queste evidenze suggeriscono cautela nella scelta dei prodotti solari. Anche in questo caso, i filtri solari minerali senza nanoparticelle sono da preferire, perché non penetrano nella pelle e rimangono in superficie, offrendo un’efficace barriera fisica contro i raggi UV.
Al momento, in Europa non esistono ancora obblighi normativi che impongano alle aziende di sostituire i filtri solari potenzialmente dannosi con alternative più sostenibili, spiega Selvestrel. Le scelte delle aziende sono spinte più da marketing e sensibilità ambientale che da regole vincolanti, mentre l’attuale Regolamento Cosmetico europeo (Reg. 1223/2009) continua a concentrarsi principalmente sulla sicurezza per la salute umana, senza considerare sistematicamente l’impatto ambientale dei singoli ingredienti.
Tuttavia, qualcosa sta cambiando. L’Unione Europea ha avviato negli ultimi anni un cambiamento di rotta. Con il lancio del Green Deal, una strategia a lungo termine per rendere l’economia europea climaticamente neutra entro il 2050, è aumentata anche l’attenzione nei confronti delle sostanze chimiche contenute nei prodotti di uso quotidiano, tra cui i cosmetici. All'interno di questo piano, è nata la Chemical Strategy for Sustainability, un’iniziativa che mira a rendere tutti i prodotti chimici più sicuri per l’ambiente, riducendo l’inquinamento e salvaguardando gli ecosistemi.
Nel contesto di questa transizione, è previsto anche un cambiamento importante sul piano scientifico e regolatorio: il Comitato SCCS (Scientific Committee on Consumer Safety), che attualmente valuta la sicurezza degli ingredienti cosmetici, verrà integrato all’interno dell’ECHA, l’Agenzia europea per le sostanze chimiche. Questa fusione permetterà finalmente una valutazione più completa, che tenga conto non solo della salute umana, ma anche del potenziale impatto ambientale, adottando un criterio più rigoroso basato sulla pericolosità intrinseca delle sostanze (hazard-based), indipendentemente dalle quantità usate.
In sostanza, l’Europa si sta muovendo lentamente ma concretamente verso una regolamentazione più completa e attenta all’ambiente. Si tratta di una fase di transizione, che richiederà ancora tempo, studi e scelte politiche coerenti per garantire la tutela della salute umana e di quella ambientale, sempre più interconnesse.
Prima stesura a cura di Marianna Monte | Giornalista
Aggiornamento a cura dell'Ufficio Comunicazione Mario Negri
Con la consulenza di
Gianluca Selvestrel - Unità di Sostenibilità Ambientale per i Sistemi Industriali e Sanitari - Dipartimento di Ambiente e Salute