
Hantavirus: un nome sconosciuto ai più fino a pochissimi giorni fa, oggi riempie le pagine dei giornali e riporta alla memoria la pandemia di Covid-19. A distanza di una decina di giorni dalla diffusione della notizia, il quadro è più chiaro sebbene, ovviamente, in evoluzione.Ora sappiamo per certo che il ceppo coinvolto nel caso della nave da crociera olandese MV Hondius è Andes, l’unico degli Hantavirus patogeni per cui sia stata documentata la possibilità di trasmissione tra esseri umani. E conosciamo la sua sequenza genetica, ottenuta dai ricercatori dell’Università di Ginevra e dall'Istituto di virologia medica dell'Università di Zurigo, dove è ricoverato uno dei passeggeri della nave: risulta simile per il 99% alla sequenza rilevata nell’ultima epidemia in Argentina nel 2018. Il che è una buona notizia, perché vuol dire che non ha accumulato un numero elevato di mutazioni che potrebbero facilitare la sua diffusione tra gli esseri umani. Sappiamo, ancora, che questo tipo di contagio è un evento piuttosto raro - o, almeno, lo è stato finora: la trasmissione avverrebbe per via aerea solo in situazioni di contatto ravvicinato e prolungato. Per fare un confronto, basti pensare che il virus di Covid-19 all’inizio della pandemia aveva un indice di contagiosità pari a 3 (ossia, ogni caso ne provocava altri 3) e che tale indice è poi aumentato nel tempo, mentre quello stimato per Andes varia attualmente tra 1 a 2,2. Sappiamo anche, però, che si può essere contagiosi già dai primi sintomi.
Gli Hantavirus sono una famiglia di virus a RNA diffusi in tutto il mondo e con numerosi ceppi. Solo alcuni, però, sono patogeni. Sono stati isolati per la prima volta in Corea del Sud nel 1978, identificati come la causa della febbre emorragica coreana, e il loro nome deriva da quello del fiume Hantan.
Sulla base della loro distribuzione e patogenicità si dividono in Hantavirus del Nuovo Mondo, diffusi nelle Americhe, e Hantavirus del Vecchio Mondo, presenti in Asia e in Europa (in particolar modo in Cina e nei Paesi Scandinavi). I primi causano la Sindrome Polmonare da Hantavirus (quella che ha provocato i tre decessi tra i passeggeri della Hondius) e hanno una mortalità che può superare il 40%; i secondi causano più frequentemente la Febbre Emorragica con Sindrome Renale, che può compromettere la funzionalità renale, con una mortalità inferiore.
Il contagio avviene principalmente attraverso l’inalazione del virus presente negli escrementi, nelle urine e nella saliva di roditori infetti, che ne sono i vettori (più raramente attraverso il contatto, graffi o morsi). Ogni ceppo ha una sua specie-serbatoio, il che spiega la diffusione geografica ristretta e peculiare. L'esposizione si verifica in genere durante attività come la pulizia di siti infestati, in contesti rurali. Studi in letteratura riportano che Andes ha come animale-vettore un piccolo roditore endemico del Sud America, il topo pigmeo a coda lunga, (Oligoryzomys longicaudatus), non presente in Europa.
A livello mondiale, si stima che ogni anno si verifichino tra 10mila e 100mila contagi da Hantavirus, la maggior parte dei quali in Asia (soprattutto in Cina e Corea del Sud) e in Europa, con diverse migliaia di casi di Sindrome Renale. Per quanto riguarda il Sud America, dallo scorso anno si registra un aumento dei casi in Argentina, in particolare nella provincia di Buenos Aires, come riporta l’ultimo bollettino epidemiologico.
Nella Sindrome Polmonare da Hantavirus, l’incubazione dura da una a otto settimane. I sintomi includono: affaticamento, febbre, dolori muscolari, soprattutto nei grandi gruppi muscolari, mal di testa, vertigini, brividi, problemi gastrointestinali, come nausea, vomito, diarrea e dolore addominale. Da 4 a 10 giorni dopo la fase iniziale della malattia compaiono i sintomi tardivi, che includono tosse, mancanza di respiro e senso di oppressione al petto dovuta alla presenza di liquido nei polmoni. Circa il 40% delle persone che sviluppano sintomi respiratori muore a causa della malattia; non sembra esserci correlazione con condizioni di fragilità pregressa o con l'età.
Nella Sindrome Renale i sintomi si sviluppano solitamente entro due settimane dall'esposizione. Oltre a intenso mal di testa, dolore alla schiena e all'addome, febbre, brividi e nausea, le persone possono presentare fin dall’inizio visione offuscata, arrossamento del viso, infiammazione o rossore degli occhi ed eruzione cutanea. I sintomi successivi possono includere: bassa pressione sanguigna, riduzione acuta del flusso sanguigno, emorragia interna e insufficienza renale acuta che può causare un grave sovraccarico di liquidi. La gravità della malattia varia a seconda del ceppo che causa l'infezione: i virus Hantaan e Dobrava causano generalmente sintomi gravi e il 5-15% dei casi risulta fatale. Al contrario, le infezioni da virus Seoul, Saaremaa e Puumala sono generalmente più moderate e meno dell'1% dei pazienti muore. La guarigione completa può richiedere anche diversi mesi.
Per determinare l’infezione da Hantavirus si esegue un test del sangue che rileva la presenza degli anticorpi. Secondo quanto riporta il sito dei Centers for Disease Control and Prevention, è difficile poter fare una diagnosi attendibile nelle 72 ore che seguono l’infezione. È fondamentale che i laboratori rispettino elevati livelli di biosicurezza. Non esistono kit diagnostici.
Non esiste un trattamento specifico per l'infezione da Hantavirus. I pazienti devono ricevere cure di supporto respiratorio, nel caso della sindrome polmonare, mentre per chi sviluppa la sindrome renale può essere necessario ricorrere alla dialisi per rimuovere le tossine dal sangue e mantenere il giusto equilibrio dei fluidi nell'organismo quando i reni non funzionano correttamente. Da anni i ricercatori stanno lavorando allo sviluppo di vaccini, anche contro il ceppo Andes.
Non è certo, ma si ritiene molto probabile che sia avvenuto a terra in Argentina il primo contagio, quello dell’ornitologo olandese che si è poi imbarcato sulla Hondius insieme alla moglie. Sono state loro le prime due vittime del virus. La terza - e finora ultima - è stata una passeggera tedesca.
Secondo le ricostruzioni, la Hondius era salpata da Ushuaia il 1 aprile per una traversata dell'Atlantico meridionale, con tappe in Antartide, Georgia del Sud, Isola Nightingale, Tristan da Cunha, Sant'Elena e Isola di Ascensione. A bordo c'erano 147 persone (88 passeggeri e 59 dell’equipaggio) di 23 nazionalità diverse. Il paziente olandese avrebbe presentato i primi segni della malattia - febbre, mal di testa e lieve diarrea - il 6 aprile ed è deceduto l'11, dopo la comparsa dei sintomi respiratori. La moglie, che presentava sintomi gastrointestinali ed era ancora a bordo, è sbarcata successivamente a Sant'Elena per poi arrivare via aereo a Johannesburg. È morta in un ospedale della città sudafricana dopo aver tentato di rientrare in Olanda con un volo della KLM per Amsterdam, da cui però era stata fatta scendere. Il 4 maggio, l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha confermato l’infezione da Hantavirus.
Tra domenica 10 e lunedì 11 maggio sono sbarcati a Tenerife tutti i passeggeri e parte dell’equipaggio ancora a bordo, e sono stati fatti rientrare nei propri Paesi. Già il 22 aprile, però, erano scesi 29 passeggeri in maniera indipendente, tra cui l’uomo svizzero ricoverato a Zurigo da cui è stato sequenziato il primo genoma del virus. Questo significa che i contagi potrebbero estendersi. Ogni nazione, inoltre, ha regole diverse per la quarantena, il che complica ulteriormente lo scenario. Diverse persone che sono venute in contatto con i passeggeri sono attualmente in isolamento, tra cui 12 sanitari in Olanda che stavano curando un uomo contagiato e per i quali non sarebbero state applicate le misure di sicurezza richieste in caso di virus particolarmente pericolosi, come Andes.
Nel momento in cui pubblichiamo, si contano 11 casi - 8 confermati, due probabili e uno ancora dubbio - compresi i tre decessi (due confermati e uno probabile). Sulla base di questi numeri, la mortalità sarebbe del 27%. I casi più critici sono un uomo britannico ricoverato a Johannesburg e una donna Francese in terapia intensiva a Parigi. Per ora tutti i contagi accertati riguardano esclusivamente le persone che hanno viaggiato sulla nave.
Nel nostro Paese, al momento sono cinque le persone sotto osservazione, che sarebbero asintomatiche. Quattro erano entrate per pochi minuti in contatto sull’aereo con la donna olandese poi deceduta. Due uomini residenti sono in quarantena forzata in casa per ordine dei sindaci; una donna di Firenze è in isolamento fiduciario; un uomo di Johannesburg in viaggio per lavoro e isolato in un albergo a Padova. I test effettuati sono risultati ad oggi negativi. La quinta persona è un uomo inglese che il 25 aprile aveva viaggiato per 4 ore sull'aereo Sant'Elena-Johannesburg accanto alla donna olandese e ad un altro passeggero contagiato. In vacanza nel nostro Paese, ha visitato diverse città. Dal 9 maggio è in isolamento in un albergo di Milano e il suo test è negativo. Ad eseguire gli esami è il Laboratorio di Virologia dell’Istituto Nazionale per le Malattie Infettive Spallanzani di Roma, uno dei quattro centri di riferimento a livello europeo dedicato ai virus emergenti, zoonotici e trasmessi da roditori (insieme al Public Health Agency della Svezia, il National Biosafety Laboratory in Ungheria e l’Istituto Pasteur di Parigi) che stanno supportando le autorità europee.
Pur confermando che il rischio di diffusione del virus Andes rimane molto basso per la popolazione generale, il Ministero della Salute ha diramato una circolare: “Si ritiene opportuno mantenere un approccio di massima cautela e rafforzare le attività di sorveglianza sanitaria - si legge nel documento, con cui vengono anche aumentati i controlli sugli arrivi dall’estero a titolo di precauzione. Alle Regioni viene chiesto di attivare laboratori di riferimento. Per i contatti ad alto rischio (esposizioni a un caso probabile o confermato) si prevede la quarantena fiduciaria per sei settimane, il monitoraggio quotidiano dei sintomi da parte dell’autorità sanitaria e la sorveglianza attiva per 42 giorni. Per i test, la priorità viene data a chi presenta sintomi.
La posizione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), dei centri di riferimento nazionali per le malattie infettive e dei Governi continua ad essere chiara e ferma sul “niente panico”: nelle conferenze stampa trasmesse in diretta dell’OMS, è stato ripetuto che “Non siamo di fronte a un altro Covid” e che “Non si prevede una grande epidemia”, mentre il direttore generale, Tedros Adhanom Ghebreyesus, ha scritto una lettera personale agli abitanti di Tenerife per assicurarli. Il ceppo ha una mortalità alta, ma non è paragonabile al Covid, ha confermato anche il virologo dell'Università del Salento Francesco Broccolo. Prima di tutto perché è un virus che conosciamo già, e questo fa una grande differenza: sapevamo del salto di specie, nessuna sorpresa.
Come anticipato, a differenza di virus come Sars-COV-2, che si diffondono rapidamente rimanendo a lungo nell’aria, la trasmissione del virus Andes avverrebbe solo tra contatti stretti, attraverso secrezioni nasali e saliva. Secondo quanto riporta un articolo su Nature News, va però anche detto che “ancora molto poco si sa sull'efficienza con cui il virus si può trasmettere tra le persone”. I virus, inoltre, possono mutare e, come ha spiegato Carlo Federico Perno, Ordinario di Microbiologia e Virologia all'Università di Roma Tor Vergata, se un virus si adatta all’essere umano diventa più infettivo, senza che questo porti necessariamente a una diminuzione della mortalità. In assenza di qualsiasi barriera immunitaria di comunità - sostiene ancora Broccolo - anche pochi casi possono innescare catene di trasmissione difficili da contenere: per questo è corretto e necessario implementare fin da subito tutte le misure per ostacolare la replicazione virale. “Purtroppo abbiamo perso l’occasione di testare le persone sulla nave, cioè in un ambiente chiuso, anche con indagini genetiche - sottolinea Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri -. Questo ci avrebbe dato l’opportunità per individuare l’origine del virus, capire l’andamento dei contatti, che oggi conosciamo poco, e imparare molte cose che ora non sappiamo”.
Ci vorranno settimane prima che si comprenda appieno la portata di questo evento, perché il virus ha un periodo di incubazione che può arrivare anche a 8 settimane prima che si manifestino i sintomi. Vero è che i precedenti casi danno motivo per restare ottimisti: l’epidemia recente più grande di cui si abbia conoscenza è proprio quella avvenuta in Argentina tra il 2018 e il 2019; in quel caso erano state infettate 34 persone, di cui 11 decedute, e le autorità sono riuscite a contenere l'Hantavirus in quattro mesi. Gran parte della preoccupazione di questi giorni, come detto, è però legata alle persone che sono sbarcate dalla nave dopo il primo decesso e che hanno viaggiato in altri Paesi o sono tornate nella propria casa in autonomia: tracciare tutti i contatti sarà fondamentale per limitare le possibilità di diffusione del virus, concordano gli esperti.
Un editoriale su Travel Medicine and Infectious Disease, che vede tra gli autori Giuseppe Ippolito, professore di Malattie Infettive all’Unicamillus International Medical University di Roma, porta un’interessante riflessione. Secondo gli scienziati, siamo impreparati di fronte ai rischi zoonotici emergenti legati “ai cambiamenti nei modelli di viaggio, alle perturbazioni ecologiche, alla variabilità climatica e all'instabilità geopolitica che interessano le rotte marittime”, il che indica “la necessità di un approccio più ampio e integrato”. Sorveglianza ambientale, aumento della consapevolezza, miglioramento della capacità diagnostica e un maggiore allineamento tra i sistemi marittimi e di sanità pubblica - concludono - saranno necessari per garantire che i viaggi globali rimangano sicuri in un panorama geopolitico e di malattie infettive sempre più complesso.
Tiziana Moriconi - giornalista scientifica | Ufficio Comunicazione Mario Negri