ultimo aggiornamento:
27/7/2021
December 23, 2020

SARS-CoV-2 e mutazioni: che il virus vari non è una sorpresa!

News
PRESS AREA

Un virus che si riproduce significa che crea molte copie del suo materiale genetico. Purtroppo, più copie crea più è probabile che facendolo introduca degli errori, chiamate mutazioni. I coronavirus sono una classe di virus molto predisposti alle mutazioni, tanto che questi eventi sono piuttosto attesi e fanno parte della loro naturale evoluzione. In alcuni casi, però, le mutazioni possono portare all'acquisizione da parte dei virus di capacità potenziate, diventando ad esempio più aggressivi e capaci di entrare con più facilità all’interno delle cellule dell’organismo ospite.

Il SARS-CoV-2, comunque, muta molto più lentamente rispetto a virus della stessa famiglia: il numero di mutazioni accumulate per mese è 2 contro quelle del virus dell’influenza che invece è il doppio.

Questo è il motivo per cui mentre ogni anno l’influenza richiede un vaccino diverso, al momento pensiamo che il vaccino contro il Covid-19 non dovrebbe essere cambiato in futuro. Solo col tempo però saremo certi di questo.

Dall’inizio della pandemia ad oggi sono ben 140.000 i genomi sequenziati, e già 12.000 le mutazioni riscontrate nelle “spine” dell’involucro esterno del coronavirus, chiamate “spike”. Oltre poi a tutte le altre mutazioni riscontrate in altre parti del virus. Un virus che presenta una o più mutazioni nuove viene definito "variante" del virus originale.

Per essere classificata come rischiosa, una variante deve soddisfare i seguenti requisiti:

  • provocare un aumento della trasmissibilità;
  • provocare variazioni negli indicatori epidemiologici;
  • provocare un aumento della virulenza;
  • provocare cambiamenti nella presentazione clinica della malattia;
  • rappresentare un rischio per l'immunità derivante dall'infezione naturale;
  • provocare una diminuzione dell'efficacia delle misure di contenimento sanitarie o cliniche, come ad esempio la vaccinazione.

Al momento le varianti più diffuse sono la variante “inglese”, la “sudafricana”, la “brasiliana” e la "indiana", chiamate così in base alla nazione nella quale sono state isolate.

Per evitare un abbinamento discriminante delle varianti alla geografia, il 1 Giugno l'OMS ha deciso di eliminare la dicitura che faceva riferimento alla provenienza a favore delle lettere dell'alfabeto greco: alfa per l'inglese, beta per la sudafricana, gamma per la brasiliana e delta per l'indiana.

Il 2 Luglio è stata diffusa la notizia di una nuova variante, classificata subito come variante pericolosa, la variante epsilon.

La variante alfa del SARS-CoV-2

L'annuncio della scoperta della prima variante del nuovo coronavirus ha destato non poca preoccupazione tanto da spingere parecchi Paesi europei a sospendere tutti i viaggi da e per l’Inghilterra. A diffondere la notizia è stato un consorzio inglese, il Covid-19 Genomics UK (Cog-UK), che da un anno ormai si sta occupando di “leggere”, in gergo tecnico sequenziare, il genoma di tutti i virus isolati da persone contagiate.

Il British Medical Journal (BMJ) ha affermato che la nuova variante del SARS-CoV-2, denominata B.1.1.7, è rappresentata da 17 mutazioni nella sequenza della proteina spike. Ai fini dell’andamento della pandemia Covid-19 sono otto le mutazioni più significative: in particolare la HV 69-70 deletion, che potrebbe causare una diversa struttura 3D della proteina facendole cambiare aspetto; e la mutazione N501Y, che rende la proteina spike più resistente all’attacco di anticorpi sviluppati contro un virus che non possedeva questa mutazione. Quest'ultima mutazione è stata isolata in circa 60 differenti posizioni in oltre 1.000 persone, soprattutto nel Sud Est dell'Inghilterra, ma con alcuni casi anche nel Galles e nella Scozia.

Nel paese britannico ormai la variante alfa rappresenta il 50% dei nuovi casi. Due analisi, elaborate rispettivamente dalla London School of Hygyene and Tropical Medicine e dall’Imperial College di Londra, affermano inoltre che questa variante è caratterizzata da una maggiore trasmissibilità se confrontata con gli altri ceppi più comuni.

La variante beta del SARS-CoV-2

Nel corso del mese di ottobre in Sudafrica è stata isolata una seconda variante, diventata poi la forma del virus più ritrovata nel mese di dicembre.

Il suo nome è B.1.351 o 501.V2. Analisi preliminari suggerirebbero anche nel suo caso una maggiore trasmissibilità.

Oltre alla mutazione N501Y, descritta anche nella variante alfa, la variante beta presenta altre due mutazioni significative: la E484K e la K417N. Queste ultime due mutazioni sembra siano capaci di evitare che gli anticorpi neutralizzanti, ottenuti dal virus originario, si leghino alla proteina spike.

La variante gamma del SARS-CoV-2

Una terza variante è stata isolata in Brasile e in Giappone, in quattro viaggiatori provenienti dal Brasile. Anche questa, chiamata con la sigla B.1.1.28.1 o P.1, si pensa possa essere caratterizzata da maggiore contagiosità.

Le mutazioni della variante gamma sono comuni a una o a entrambe le altre varianti:

  • una delezione nel gene ORF1b, mutazione in comune con la variante alfa;
  • le due mutazioni K417N e E484K nella proteina spike, in comune con la variante beta;
  • la mutazione N501Y, che ritroviamo in tutte e tre le varianti.

La variante delta del SARS-CoV-2

Una quarta variante è stata isolata in India e in Bangladesh ed è stata identificata con la sigla B.1.617 o "a doppia mutazione". Quest'ultima definizione è in realtà forviante perché la variante delta, così come le altre, è caratterizzata da ben più di due mutazioni. L'espressione impropria deriva dal fatto che possiede nella sua sequenza genomica la mutazione più contagiosa della variante beta (E484Q) e quella più virulenta della meno diffusa variante isolata in california (L452R).

Ad oggi la variante delta presenta tre sottotipi: B.1.617.1, B.1.617.2 e B.1.617.3. Il primo, B.1.617.1, è quello che si è diffuso solo in India da dicembre ad aprile, mentre gli altri due sono stati isolati anche in Europa. La buona notizia è che il sottotipo 2 della variante delta non presenta la mutazione E484Q, tipica della beta, quindi il rischio di sfuggire agli anticorpi neutralizzanti dovrebbe essere eliminato.

La variante epsilon del SARS-CoV-2

La quinta variante isolata in California e fortunatamente ancora poco diffusa in Europa, è la epsilon. Negli studi condotti in laboratorio questa sembrerebbe essere più resistente agli anticorpi, sia quelli prodotti in seguito ad infezione che quelli indotti dal vaccino a mRNA, ma sono necessari maggiori dati prima di poter valutare l'efficacia dei vaccini nei suoi confronti. La sua sigla è B.1.427/B.1.429 e possiede tre mutazioni a carico della proteina Spike.

La variante lambda del SARS-CoV-2

La variante lambda, C.37, è stata identificata per la prima volta in Perù nell'agosto 2020. Si è diffusa rapidamente nel 2021: sono almeno 29 i paesi che hanno segnalato infezioni causati da questa variante, soprattutto nell'America del Sud. In Europ al momento la diffusione è relativamente inferiore.

La variante lambda sembra essere più trasmissibile della versione originale del virus, tanto che l'OMS l'ha definita "variante di interesse" a giugno: le mutazioni osservate sono in comune con le varianti alfa, beta e gamma. Una sola mutazione simile a quella riscontrata nella delta permetterebbe a questa variante di infettare più facilmente le cellule polmonari.

Un recente lavoro di un gruppo dell'Università di New York, per ora pre-print, ha dimostrato che i vaccini a mRNA attualmente disponibili riescono a neutralizzare la variante lambda.

La variante iota del SARS-CoV-2

La variante iota, B.1.526, si sta diffondendo soprattutto in America. Da prime analisi, gli esperti sostengono che questa variante potrebbe essere più contagiosa rispetto alle altre, avendo la capacità di reinfettare chi ha già contratto il virus.


Quali sono le domande più frequenti in seguito alla comparsa delle nuove varianti di SARS-CoV-2?

Sono tante le domande che stanno nascendo spontaneamente dopo la scoperta delle nuove varianti.

Come mai queste mutazioni sono così importanti?
La ragione è che le nuove varianti permetterebbero al virus di entrare più facilmente nelle cellule dell’organismo ospite.

Il tampone sarà sensibile a queste nuove varianti?
Fortunatamente sì, perché il test molecolare non determina solo una parte della proteina spike.

Queste nuove varianti renderanno il Covid-19 più dannoso in termini di gravità della malattia e di mortalità?
Per ora, secondo alcuni esperti inglesi, non ci sono evidenze a riguardo.

Le varianti del SARS-CoV-2 saranno ancora sensibili al vaccino?
Ricerche in merito sono già in corso. Il vaccino, in generale, stimola la produzione di anticorpi diretti contro molte parti della proteina spike. Quindi la presenza di queste nuove mutazioni non dovrebbe influenzarne l’efficacia, come afferma anche l’EMA e le stesse aziende produttrici di vaccini. Inoltre, i vaccini contro il coronavirus a RNA messaggero o a vettore virale, si possono facilmente adattare ai nuovi ceppi del coronavirus: basterà inserire all'interno dei futuri vaccini le nuove informazioni ottenute dal sequenziamento continuo di nuove varianti. Un pò come si fa ogni anno con il vaccino anti-influenzale. Anche nell’ambito della cura con anticorpi monoclonali dovrebbe valere lo stesso discorso del vaccino.

“Aspettiamo allora le risposte degli scienziati senza creare inutili allarmismi, tenendo sempre bene a mente che per ora la diffusione del virus dipende dal comportamento di ciascuno di noi.” Così rassicura in conclusione il Presidente Silvio Garattini.

L’isolamento di nuove varianti sarà un evento sempre più frequente: la quantità di dati a disposizione degli scienziati, che andrà via via aumentando, sarà l'arma con cui sarà possibile definire la storia evolutiva del nuovo coronavirus.

Guarda il video su "Cosa è un virus", realizzato dai nostri ricercatori

Silvio Garattini - Presidente IMN

Editing Raffaella Gatta - Content Manager

Tag relativi all’articolo

Pagina Inglese