June 29, 2020
ultimo aggiornamento:
23/2/2020

Covid-19 e farmaci: aggiornamento su quelli usati in terapia

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Quali novità sul fronte della terapia farmacologica nei malati Covid-19 dall'inizio dell'emergenza sanitaria creata dal SARS-CoV-2?

Quali sono gli approcci terapeutici utilizzati nella malattia Covid-19?

Al 4 Ottobre risultano in corso nel mondo più di 2.300 studi clinici per valutare l’efficacia di farmaci nel prevenire l’infezione, nel ridurre la durata della malattia Covid-19 o nell’evitare l’aggravamento e l’esito fatale.
Di questi studi, stando alle informazioni fornite dall’Agenzia del Farmaco, 45 sono condotti in Italia.

Gli approcci terapeutici in corso di sperimentazione si focalizzano principalmente sull’inibizione della replicazione del virus, sulla riduzione della risposta infiammatoria e sull’inibizione della coagulazione.

covid19 e farmaci utilizzati

Farmaci antivirali

Sono terapie che hanno lo scopo di bloccare la replicazione del virus e, quindi, di ridurre la durata e la gravità della malattia.

Al momento i farmaci sperimentati e usati nei pazienti con Covid-19 sono:

  • l’associazione lopinavir/ritonavir: si tratta di un farmaco da tempo impiegato nel trattamento di pazienti con HIV;
  • il remdesivir, farmaco studiato in precedenza come terapia di ebola, con risultati non soddisfacenti.
  • la clorochina e l'idrossiclorochina, farmaci impiegati per il trattamento della malaria e per malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e il lupus eritematosus sistemico (idrossiclorochina). Pur non essendo farmaci prettamente antivirali, potrebbero bloccare il legame tra il virus e il recettore che gli consente di penetrare nelle cellule. Potrebbero, inoltre, modulare la risposta del sistema immunitario;
  • il favipiravir, farmaco antinfluenzale commercializzato in Giappone ma non registrato in Europa;
  • l’ivermectina, farmaco antiparassitario che in studi effettuati in colture di cellule ha mostrato efficacia nel bloccare la replicazione del virus;

Tra i trattamenti che hanno come finalità principale il blocco della replicazione del virus e l’accelerazione della sua eliminazione può essere, inoltre, considerato l’uso del plasma da pazienti guariti. L’azione degli anticorpi prodotti da queste persone e presenti nel plasma, possono agire favorendo l’eliminazione del virus da parte del sistema immunitario.

Sono, poi, in corso di studio terapie con anticorpi monoclonali,i quali hanno come bersaglio la proteina spike del virus. Questi anticorpi "artificiali" mimano il meccanismo di protezione degli anticorpi prodotti dall’organismo in seguito all’infezione, allo scopo di neutralizzare il virus e impedire il suo ingresso all’interno delle cellule per replicarsi.


Farmaci antinfiammatori

I farmaci antinfiammatori sono sperimentati con lo scopo di ridurre la reazione infiammatoria (tempesta citochinica) causato dal Covid-19, che può causare danni ai polmoni e ad altri organi (per esempio reni, cuore, vasi sanguigni). In questo ambito, tra le classi di farmaci da più tempo utilizzate ritroviamo:

  • i cortisonici: seppure inizialmente fosse stata raccomandata cautela nel loro impiego per il Covid-19, oggi si ritiene che possano essere utili nel ridurre lo stato di iper-infiammazione;
  • sono, inoltre, allo studio molti anticorpi monoclonali, che hanno lo scopo di bloccare l’azione dei mediatori dell’infiammazione. Il primo di questi farmaci a essere oggetto di studio è il tocilizumab, farmaco già utilizzato nella terapia dell'artrite reumatoide e per il trattamento della sindrome da rilascio delle citochine in pazienti pediatrici e adulti sottoposti a terapia con cellule chiamate CAR-T. Successivamente, sono stati avviati studi di valutazione di altri anticorpi monoclonali;
  • un altro farmaco divenuto oggetto di sperimentazione in tempi più recenti è la colchicina, medicinale che ha come indicazione principale il trattamento della gotta, ma che possiede anche un’attività di tipo antinfiammatorio;
  • l’utilizzo di eparine a basso peso molecolare trova, invece, il suo razionale nella prevenzione del tromboembolismo venoso conseguente all’allettamento e alla bassa mobilità e per ridurre la formazione di trombi dovuti all’eccessiva risposta infiammatoria nelle fasi più avanzate della malattia.

A che punto siamo con le conoscenze sui farmaci per la malattia Covid-19?

Al momento ci sono prove scientifiche solide e conclusive solo sull’efficacia del trattamento con cortisonici nei pazienti che hanno forme gravi di Covid-19 (per esempio polmonite che richiede un supporto alla respirazione). Alcune terapie appaiono promettenti, mentre per alcuni farmaci i rischi potrebbero essere maggiori dei benefici.

I dati finora pubblicati su alcune medicine oggetto di sperimentazione (lopinavir/ritonavir, clorochina e idrossiclorochina) non documentano una loro efficacia.


Per quanto riguarda clorochina e idrossiclorochina, quanto osservato in alcuni studi indica, al contrario, un possibile aumento del rischio di mortalità (dati non conclusivi).


Il 26 maggio l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha sospeso la possibilità di prescrivere e somministrare clorochina e idrossiclorochina al di fuori degli studi clinici, mentre il 4 luglio l'Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) ha sospeso il braccio di trattamento con idrossiclorochina nell'ambito dello studio multinazionale Solidarity in quanto le analisi preliminari dei risultati non avevano documentato una diminuzione della mortalità tra i pazienti ricoverati.

Il 1 maggio 2020 la Food and Drug Administration, l’agenzia americana per i medicinali, ha concesso l’autorizzazione d’emergenza al farmaco antivirale remdesivir.


Una scelta simile è stata presa dal Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP), dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA). Questa istituzione, il 25 giugno 2020 ha raccomandato l'autorizzazione all’immissione in commercio del remdesivir per il trattamento di Covid-19 nei pazienti di età maggiore di 11 anni affetti da polmonite e che necessitano di ossigeno supplementare. Il potenziale ruolo di questo antivirale nella terapia è ancora controverso: gli studi al momento disponibili indicano una diminuzione della durata della malattia e del rischio di forme gravi, mentre l’impatto sulla mortalità è scarso o nullo.

Dati promettenti riguardano il trattamento con un farmaco cortisonico, il desametasone, nei pazienti con distress respiratorio che necessitano di un supporto alla respirazione, in particolare quelli sottoposti a ventilazione meccanica invasiva. Lo studio Recovery, in corso nel Regno Unito, ha infatti evidenziato una diminuzione della mortalità a 14 giorni da 41% a 29% nei pazienti con ventilazione meccanica che avevano ricevuto questa terapia. Il beneficio era minore per i pazienti meno gravi (che ricevevano ossigeno ma senza bisogno del supporto del ventilatore) e pressoché assente in quelli che non necessitavano di alcun aiuto per la respirazione.


Una meta-analisi che ha valutato risultati di 7 studi clinici randomizzati (con assegnazione casuale del trattamento) ha confermato l'efficacia dei cortisonici nel ridurre la mortalità a 28 giorni in pazienti in condizioni critiche. L'Oms raccomanda l'impiego di questi farmaci nei pazienti in condizioni gravi o critiche.

Dati non ancora definitivi sono, invece, a disposizione per un altro farmaco di tipo antinfiammatorio, il tocilizumab. Gli studi disponibili, prevalentemente di tipo osservazionale, hanno mostrato una possibile diminuzione del rischio di ventilazione meccanica o morte associata all'impiego di questo farmaco. Questi dati sono stati confermati nel corso dello studio inglese RECOVERY, i cui risultati sono però al momento pubblicati solo come pre-print (e cioè non ancora sottoposti alla revisione tra pari). Come per i cortisonici, questo farmaco è efficace nei pazienti più gravi, mentre in quelli lievi potrebbe non avere benefici o al contrario comportare rischi di aggravamento.  

Infine, studi con una bassa numerosità hanno mostrato una diminuzione dell’accesso al pronto soccorso, del ricovero ospedaliero e della necessità di visite mediche in pazienti con sintomi lievi o moderati di Covid-19 trattati con gli anticorpi monoclonali che si legano alla proteina spike del SARS-CoV-2.

Negli Stati Uniti alcuni di questi farmaci (bamlanivimab da solo o in associazione con etesevimab; combinazione di imdevimab e casirivimab) sono stati approvati per l’uso in emergenza dalla Food and Drug Administration.

Il 4 febbraio 2021 anche l’Agenzia Italiana del Farmaco ha autorizzato in via straordinaria l’uso nei pazienti con sintomi lievi-moderati ad alto rischio di aggravamento per età o malattie croniche. I dati sono, però, ancora preliminari e non consentono una valutazione approfondita dell’efficacia. Inoltre, si tratta di terapie da somministrare per infusione endovenosa, in un ambiente protetto, che garantisca la possibilità di un'assistenza medica in caso di gravi reazioni alla terapia.

Antonio Clavenna, Laboratorio per la Salute Materno Infantile

Editing Raffaella Gatta - Content manager

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