June 29, 2020

Covid-19 e farmaci: aggiornamento su quelli usati in terapia

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A quattro mesi dall'inizio dell'emergenza sanitaria creata dal SARS-CoV-2, quali novità sul fronte della terapia farmacologica nei malati Covid-19?

Quali sono gli approcci terapeutici utilizzati nella malattia Covid-19?

Sono attualmente in corso nel mondo più di 1.000 studi clinici (dato aggiornato al 9 maggio 2020) per valutare l’efficacia di farmaci nel prevenire l’infezione, nel ridurre la durata della malattia Covid-19 o nell’evitare l’aggravamento e l’esito fatale.
Di questi studi, stando alle informazioni fornite dall’Agenzia del Farmaco, 27 sono condotti in Italia.

Gli approcci terapeutici in corso di sperimentazione si focalizzano principalmente sull’inibizione della replicazione del virus, sulla riduzione della risposta infiammatoria e sull’inibizione della coagulazione.

covid19 e farmaci utilizzati

Farmaci antivirali

Sono terapie che hanno lo scopo di bloccare la replicazione del virus e, quindi, di ridurre la durata e la gravità della malattia.

Al momento i farmaci sperimentati e usati nei pazienti con Covid-19 sono:

  • l’associazione lopinavir/ritonavir: si tratta di un farmaco da tempo impiegato nel trattamento di pazienti con HIV;
  • il remdesivir, farmaco sperimentale non ancora in commercio, studiato in precedenza come terapia di ebola, con risultati non soddisfacenti.
  • la clorochina e l'idrossiclorochina, farmaci impiegati per il trattamento della malaria e per malattie autoimmuni come l’artrite reumatoide e il lupus eritematosus sistemico (idrossiclorochina). Pur non essendo farmaci prettamente antivirali, potrebbero bloccare il legame tra il virus e il recettore che gli consente di penetrare nelle cellule. Potrebbero, inoltre, modulare la risposta del sistema immunitario;
  • il favipiravir, farmaco antinfluenzale commercializzato in Giappone ma non registrato in Europa;
  • l’ivermectina, farmaco antiparassitario che in studi effettuati in colture di cellule ha mostrato efficacia nel bloccare la replicazione del virus;

Tra i trattamenti che hanno come finalità principale il blocco della replicazione del virus e l’accelerazione della sua eliminazione può essere, inoltre, considerato l’uso del plasma da pazienti guariti. L’azione degli anticorpi prodotti da queste persone e presenti nel plasma, possono agire favorendo l’eliminazione del virus da parte del sistema immunitario.


Farmaci antinfiammatori

I farmaci antinfiammatori sono sperimentati con lo scopo di ridurre la reazione infiammatoria (tempesta citochinica) causato dal Covid-19, che può causare danni ai polmoni e ad altri organi (per esempio reni, cuore, vasi sanguigni). In questo ambito, tra le classi di farmaci da più tempo utilizzate ritroviamo:

  • i cortisonici: seppure inizialmente fosse stata raccomandata cautela nel loro impiego per il Covid-19, oggi si ritiene che possano essere utili nel ridurre lo stato di iper-infiammazione;
  • sono, inoltre, allo studio molti anticorpi monoclonali, che hanno lo scopo di bloccare l’azione dei mediatori dell’infiammazione. Il primo di questi farmaci a essere oggetto di studio è il tocilizumab, farmaco già utilizzato nella terapia dell'artrite reumatoide e per il trattamento della sindrome da rilascio delle citochine in pazienti pediatrici e adulti sottoposti a terapia con cellule chiamate CAR-T. Successivamente, sono stati avviati studi di valutazione di altri anticorpi monoclonali;
  • un altro farmaco divenuto oggetto di sperimentazione in tempi più recenti è la colchicina, medicinale che ha come indicazione principale il trattamento della gotta, ma che possiede anche un’attività di tipo antinfiammatorio;
  • l’utilizzo di eparine a basso peso molecolare trova, invece, il suo razionale nella prevenzione del tromboembolismo venoso conseguente all’allettamento e alla bassa mobilità e per ridurre la formazione di trombi dovuti all’eccessiva risposta infiammatoria nelle fasi più avanzate della malattia.

A che punto siamo con le conoscenze sui farmaci per la malattia Covid-19?

Al momento non ci sono prove scientifiche solide sull’efficacia delle terapie che si stanno studiando. Per alcuni farmaci i rischi potrebbero essere maggiori dei benefici.

I dati finora pubblicati su alcune medicine oggetto di sperimentazione (lopinavir/ritonavir, clorochina e idrossiclorochina) non documentano una loro efficacia.
Per quanto riguarda clorochina e idrossiclorochina, quanto osservato in alcuni studi indica, al contrario, un possibile aumento del rischio di mortalità (dati non conclusivi).
Questa segnalazione ha indotto l'Organizzazione Mondiale della Sanità a sospendere temporaneamente il gruppo di trattamento con questi farmaci nell'ambito dello studio multinazionale Solidarity, mentre il 26 maggio l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA) ha sospeso la possibilità di prescrivere e somministrare clorochina e idrossiclorochina al di fuori degli studi clinici.

Il 1 maggio la Food and Drug Administration, l’agenzia americana per i medicinali, ha concesso l’autorizzazione d’emergenza al farmaco antivirale remdesivir.
Una scelta simile è stata presa dal Comitato per i medicinali per uso umano (CHMP) dell’Agenzia europea per i medicinali (EMA) che il 25 giugno ne ha raccomandato l'autorizzazione all’immissione in commercio per il trattamento di Covid-19 nei pazienti di età maggiore di 11 anni affetti da polmonite e che necessitano di ossigeno supplementare. Si tratta del primo farmaco che ha ottenuto l’indicazione all’uso come trattamento del Covid-19.

La valutazione delle agenzie regolatorie si basa prevalentemente sui risultati preliminari di uno studio condotto negli Stati Uniti e in altre 9 nazioni che evidenziano la diminuzione di 4 giorni del tempo necessario per un miglioramento clinico o la guarigione dei sintomi e una lieve riduzione, in modo non significativo dal punto di vista della statistica, del rischio di morte.

Dati promettenti riguardano il trattamento con un farmaco cortisonico, il desametasone, nei pazienti con distress respiratorio che necessitano di un supporto alla respirazione, in particolare quelli sottoposti a ventilazione meccanica invasiva. Lo studio Recovery, in corso nel Regno Unito, ha infatti evidenziato una diminuzione da 41 a 29% della mortalità a 14 giorni nei pazienti con ventilazione meccanica che avevano ricevuto questa terapia. Il beneficio era minore per i pazienti meno gravi (che ricevevano ossigeno, ma senza bisogno del supporto del ventilatore) e pressoché assente in quelli che non necessitavano di alcun aiuto per la respirazione.

Dati contrastanti sono, invece, disponibili per un altro farmaco di tipo antinfiammatorio, il tocilizumab. Alcuni studi di tipo osservazionale hanno osservato una possibile diminuzione del rischio di ventilazione meccanica o morte associata all'impiego di questo farmaco. Al contrario, uno studio clinico di tipo randomizzato (con assegnazione casuale dei trattamenti) non ha evidenziato differenze nella probabilità di ricovero in terapia intensiva o di morte quando il farmaco era stato somministrato in una fase precoce, ovvero alla comparsa della polmonite ma senza ancora la necessità di un supporto alla respirazione.

È alquanto probabile che nelle prossime settimane saranno resi disponibili i risultati di altri studi e che sarà possibile effettuare una valutazione più accurata del profilo benefici-rischi dei farmaci per il trattamento della Covid-19.

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