
Ebola ha colto tutti di sorpresa. Un’epidemia di un ceppo poco comune e per il quale non esistono vaccini approvati - Bundibugyo - scoperta con oltre un mese (forse due) di ritardo, e che ha avuto come complici una serie di contingenze nazionali e internazionali. Le notizie si susseguono velocemente: al 26 maggio, nella Repubblica Democratica del Congo si contano 121 casi confermati con 17 decessi e 1.077 casi sospetti con altri 238 decessi. Tra le persone risultate positive c’è anche un cittadino americano, ora in Germania per le cure. Sette contagi sono stati confermati in Uganda, anche nella capitale Kampala, con un decesso. Ma altri dieci paesi sono ritenuti a rischio, ha riferito l'Agenzia Sanitaria dell'Unione Africana (Africa Cdc): Ruanda, Sud Sudan Kenya, Tanzania, Etiopia, Congo, Burundi, Angola, Repubblica Centrafricana e Zambia.
La presenza del virus è stata accertata in oltre il 60% dei campioni sospetti analizzati, un valore elevato che fa temere che il virus stia circolando più di quanto non si riesca a tracciare. I numeri, secondo gli esperti, sono destinati a salire anche perché in molti luoghi nel cuore della crisi non si vedono ancora i segnali di una risposta organizzata: le grandi tende mediche, i medici in tute bianche sigillate e gli occhiali protettivi, i pazienti in isolamento.
Intanto l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha alzato il livello di emergenza, l’Unione europea, con il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (ECDC) e l’Unicef si sono mobilitati, gli Stati Uniti hanno bloccato i voli in arrivo dall’Africa, e la nazionale congolese di calcio rimane in Belgio in vista dei mondiali imminenti.
In Italia (e in Europa) il rischio Ebola per ora resta molto basso, fa sapere il Ministero della Salute: “il sistema nazionale di preparazione e risposta alle emergenze infettive è pienamente operativo e tutte le procedure previste per la gestione di eventuali casi sospetti risultano attivate”. Un sistema che si è messo in moto già lo scorso 25 maggio per due casi sospetti nel comasco - due cooperanti rientrati dall’Uganda e trasferiti in isolamento all’Ospedale Sacco di Milano - poi risultati negativi per ebola e positivi per Shigella, un batterio che causa infezioni acute gastrointestinali. “Una normale attività di prevenzione adottata quando in altri Paesi vi sono situazioni critiche” - ha detto Guido Bertolaso, assessore al Welfare della Regione Lombardia. L’Ospedale Sacco è uno dei Centri Nazionali di Riferimento per la gestione clinica dei pazienti con ebola insieme all’Inmi “Lazzaro Spallanzani” di Roma, dove attualmente è in osservazione, senza alcun sintomo, una chirurga italiana operatrice di Medici Senza Frontiere che ha prestato soccorso nei luoghi dell’epidemia.
A coordinare la sorveglianza sanitaria del personale delle organizzazioni governative e non governative e dei cooperanti impiegati nei Paesi colpiti da epidemia di ebola è il Ministero della Salute. Al rientro, il protocollo prevede la sorveglianza attiva per 21 giorni (contatto giornaliero e rilevazione autonoma della temperatura due volte al giorno) anche per chi non ha avuto una potenziale esposizione al virus, in modo da individuare tempestivamente i casi sospetti da sottoporre ad approfondimento diagnostico ed inviarli al reparto di Malattie Infettive di riferimento. Se un viaggiatore che è stato in uno dei paesi a rischio presenta sintomi sospetti durante un viaggio in nave o in aereo, sono previste le normali procedure di profilassi internazionale da parte degli Uffici di Sanità Marittima, Aerea e di Frontiera.
Ebola non si trasmette facilmente come i virus respiratori, ma fa paura. E il ceppo Bundibugyo ancora di più perché è raro, ha una mortalità alta (del 37%, si stima attualmente), non esistono vaccini approvati, né sappiamo se gli antivirali usati per il ceppo più comune funzino. L’Organizzazione Mondiale della Sanità ha definito la situazione un’“Emergenza di sanità pubblica di rilevanza internazionale”, il che non significa che siamo di fronte a una pandemia, ma che la risposta richiede un coordinamento, appunto, internazionale, come già accaduto nel 2018. Ma le maglie della cooperazione si sono molto allentate in questi ultimi anni, da quando è venuto meno il sostegno - fattivo ed economico - degli Stati Uniti, che in precedenza aveva guidato la risposta alle emergenze sanitarie in Africa. Non solo nel caso di minacce come ebola, ma anche contro le infezioni da Hiv/Aids, come denunciava un mese fa Richard Horton, direttore del Lancet. La Casa Bianca, dal canto suo, non ha perso l’occasione per recriminare i ritardi dell’OMS.
Di certo, il sistema di monitoraggio ha mostrato la sua debolezza fin dall’inizio. Mentre gli occhi del mondo occidentale erano puntati sull’epidemia da Hantavirus scoppiata a bordo della nave da crociera Hondius nei mari del Sud America, i primi contagi di ebola in Africa orientale - presumibilmente a Bunia, nella provincia di Ituri, nella Repubblica Democratica del Congo - sono passati inosservati. La morte di quattro operatori sanitari notificata all'OMS il 5 maggio per febbre emorragica fulminante aveva fatto pensare subito ad Ebola, ma i primi test erano risultati negativi (forse per un problema di conservazione dei campioni, e per il fatto che per il ceppo Bundibugyo non esistono test rapidi). Ci sono voluti 10 giorni - tanto tempo per un virus che si trasmette attraverso il contatto dei liquidi corporei anche dai cadaveri - per avere la conferma che si trattasse di uno dei ceppi di ebola. In realtà si sospetta che i primi casi possano risalire persino a marzo. Come riporta Nature News, inoltre, quando sia la Repubblica Democratica del Congo che l'Uganda hanno dichiarato l'epidemia, il 15 maggio, erano già stati registrati 246 casi sospetti e 80 confermati. Molti di più che in passato.
Il quadro è complesso: le zone coinvolte hanno sistemi sanitari fragilissimi e sono interessate da guerre e sfollamenti. Non è semplice tenere traccia degli spostamenti tra paesi confinanti, o individuare e isolare i possibili casi. Le Ong e le associazioni attive sul territorio africano riferiscono che nelle aree colpite i reparti di isolamento sono pieni di casi sospetti, che mancano le infrastrutture, i presidi per curare i malati in sicurezza, i dispositivi per evitare i contagi tra la popolazione, o anche solo l’igienizzante per le mani nelle scuole. A complicare la situazione sono anche le sommosse che si stanno verificando in alcuni campi allestiti per l’assistenza, dove manifestanti chiedono i corpi dei loro cari per la sepoltura: richiesta che, ovviamente, non può essere accolta dalle autorità congolesi, dal momento che l’accudimento dei malati e i riti funebri sono le vie di trasmissione principale di ebola nel continente. Un’altra evidenza, questa, dell’importante ruolo dell’informazione e del fatto che la prevenzione e le misure di contenimento delle infezioni debbano essere costruite negli anni insieme alla popolazione, come altre esperienze hanno già dimostrato.
Tutto questo spiega perché il direttore generale dell'Oms, Tedros Adhanom Ghebreyesus, teme che la rapida diffusione dell'epidemia stia superando la capacità di risposta. Serve “una sola squadra, un solo piano, un budget e un solo quadro di monitoraggio. L'africa deve agire in modo unitario, coordinato e strategico” - ha aggiunto S.E. Mahmoud Ali Youssouf, Presidente della Commissione dell'Unione Africana, in occasione della riunione dei Ministri della Salute africani, il 25 maggio.
La più recente grande epidemia di ebola si era verificata tra il 2014 e il 2016, quando morirono più di 11 mila persone. Un’altra, tra il 2018 e il 2020, era stata scoperta con mesi di ritardo ed era stata dichiarata emergenza internazionale. In tutto, la Repubblica Democratica Del Congo ha avuto 17 epidemie di ebola, l’ultima conclusasi solo lo scorso dicembre. Ma tutto quello che dal 2014 era stato costruito a livello internazionale oggi sembra non esistere più.
La prima epidemia nota risale al 1976 proprio nella Repubblica Democratica del Congo (allora Zaire). Il nome ebola deriva da quello di un fiume vicino a uno dei villaggi colpiti in quella occasione. Sono noti sei ceppi, di cui tre responsabili di grandi epidemie: Ebola (o Zaire ebolavirus), Sudan e Bundibugyo, identificato per la prima volta nel 2007. Zaire ebolavirus - che tra il 2014 e il 2016 aveva colpito duramente l’Africa occidentale e, tra il 2018 e il 2020 la Repubblica Democratica del Congo - è il ceppo più noto, per il quale sono stati messi a punto test diagnostici rapidi, vaccini e anticorpi monoclonali.
A differenza dell’Hantavirus e del Sars-Cov-2, Ebola non si trasmette per via aerea. Si ritiene che gli animali-serbatoio siano alcune specie di pipistrelli della frutta della famiglia Pteropodidae. Il virus può trasmettersi attraverso il contatto ravvicinato con il sangue, le secrezioni, gli organi o altri fluidi corporei di animali selvatici infetti. Anche tra esseri umani l'infezione avviene tramite contatto diretto con i fluidi corporei (sangue, sudore, vomito, ecc) di una persona malata o deceduta. Il contagio avviene solo dopo la comparsa dei sintomi e il periodo di incubazione va da 2 a 21 giorni.
I sintomi della malattia includono febbre alta, affaticamento, malessere, dolori muscolari, mal di testa e mal di gola, seguiti da vomito, diarrea, dolore addominale, eruzioni cutanee e segnali della compromissione di reni e fegato. Il sanguinamento (per esempio nelle feci, nel vomito, dalle mucose) compare in una fase più avanzata. La mortalità delle passate epidemie oscilla tra il 25% e il 90%.
Il trattamento dipende dal ceppo responsabile dell’infezione. Per il ceppo Zaire, l’Oms raccomanda due anticorpi monoclonali, mentre per gli altri ceppi, farmaci sono attualmente in fase di sviluppo. L’assistenza, in generale, consiste nella terapia intensiva precoce con reidratazione e nel trattamento dei sintomi. Sempre per il ceppo Zaire, sono disponibili due vaccini, di cui uno indicato nella fase di emergenza per le persone più a rischio.
Riferimenti: Oms, Ministero della Salute, ECDC.
Tiziana Moriconi - giornalista scientifica | Ufficio Comunicazione Mario Negri