
Si chiama Drug Repurposing, o riposizionamento dei farmaci, un nome difficile per un concetto semplice: trovare nuovi utilizzi per vecchi farmaci. Una strategia importante soprattutto per le malattie rare. Le potenzialità sono enormi, come dimostra il progetto europeo REMEDi4ALL. Già oggi un medicinale su tre è impiegato per trattare patologie diverse da quella per cui è stato sviluppato. Facciamo il punto con Maddalena Fratelli, a capo dell’Unità di Farmacologia e Tossicologia Computazionali
Ci sono farmaci che nascono con uno scopo e ne trovano un altro lungo il cammino. Uno dei casi più famosi è probabilmente quello del sildenafil, meglio noto come Viagra: è stato “riposizionato” (è il termine tecnico) ben due volte. Mentre veniva studiato come cura per l’angina pectoris, una malattia del cuore causata da una riduzione momentanea dell’afflusso di sangue, si capì che un suo effetto collaterale legato alla vasodilatazione poteva rappresentare il trattamento per un’altra patologia: la disfunzione erettile. Arrivò sul mercato con questa indicazione nel 1998 per poi trovare, nel 2005, un’altra applicazione come terapia per l’ipertensione arteriosa polmonare, malattia rara e potenzialmente fatale.
Un altro esempio storico è quello dell’aspirina: commercializzata nel 1899 come analgesico, quasi un secolo dopo è stata approvata come terapia cardiovascolare preventiva per la sua capacità di fluidificare il sangue. La scoperta di quel meccanismo è valsa il Premio Nobel per la Medicina al britannico John Vane. E oggi l’aspirina è ancora in studio per un possibile effetto preventivo nei confronti del tumore del colon-retto in chi presenta una particolare mutazione genetica.
Meno nota, ma particolare e bellissima, è poi la storia del nitisinone, un farmaco oggi impiegato per due malattie rare e nato come erbicida. Di casi come questi ce ne sono tanti, ma se in passato erano per lo più frutto di scoperte casuali, oggi la ricerca sul riposizionamento dei farmaci (in inglese, drug repurposing) è diventata più sistematica. Ed efficace.
Lo dimostrano i numeri di REMEDi4ALL, un ambizioso progetto europeo lanciato nel 2022 con 25 milioni di euro all’interno del programma Horizon Europe. Obiettivo: in 5 anni, creare un’infrastruttura all’avanguardia per consolidare sia il processo per scoprire nuovi usi terapeutici di medicinali esistenti, sia il percorso per portarli velocemente al letto del paziente, attraverso un network globale di 26 organizzazioni in 11 nazioni, coordinato dalla European Infrastructure for Translational Medicine (EATRIS).
I numeri, dicevamo: dopo soli 4 anni, una nuova indicazione per un farmaco è già in fase di registrazione, per due farmaci è in corso la negoziazione e per altri tre farmaci sono in corso studi clinici di fase 2. Non solo: nel 2024 è stata aperta REMEDi4ALL Concierge, “una piattaforma attraverso la quale chiunque abbia un progetto di riposizionamento di farmaci può ottenere supporto in tutte le fasi del suo percorso di sviluppo - spiega Maddalena Fratelli, ricercatrice principale di REMEDI4ALL per il Mario Negri, dove dirige l’Unità di Farmacologia e Tossicologia Computazionali – Che sia un paziente o un’associazione di pazienti un bisogno medico insoddisfatto, oppure un ricercatore accademico con un’idea interessante. In tutti i casi, REMEDI4ALL può aiutare a colmare le lacune di competenze, risorse e collaborazioni che spesso impediscono a un progetto promettente di progredire, con l'obiettivo di favorire lo sviluppo di trattamenti efficaci e accessibili ai pazienti”.
Ad oggi sono state analizzate oltre 300 richieste provenienti da singoli pazienti o associazioni ed enti di beneficenza, ricercatori universitari, studenti, finanziatori, fornitori di servizi nella sanità, aziende nel settore Life Science e infrastrutture di ricerca. E in alcuni casi si sono trasformate in progetti. “La piattaforma – prosegue Fratelli - è nata proprio per accompagnare i progetti lungo tutto il percorso: dalla validazione preclinica allo sviluppo clinico, dagli aspetti regolatori fino all’autorizzazione. Attualmente ci sono oltre 20 linee di ricerca: si può partire dalle molecole, per capire in quali malattie potrebbero rivelarsi efficaci, oppure dalle patologie, di solito rare, per individuare i possibili farmaci”.
Altri numeri che dimostrano l’importanza del riposizionamento dei medicinali sono stati presentati nel corso dell’ultima assemblea annuale di REMEDi4ALL, che si è tenuta all’inizio di questo ottobre ad Amburgo. Uno studio, in particolare, ha condotto un'analisi sistematica di circa 1.500 medicinali approvati per più indicazioni, trovando che per oltre un terzo (550) c’è stato un reale riposizionamento. Per circa 180 farmaci, inoltre, le indicazioni successive hanno riguardato patologie molto diverse dalla prima. Per esempio, farmaci impiegati nel tumore al seno approvati per la beta-talassemia, o farmaci per la schizofrenia approvati per trattare le ulcere. Il processo è molto comune e ha un peso rilevante sul mercato, stimato tra i 20 e 60 miliardi di euro per il 2024.
Nell’ambito del riposizionamento dei farmaci, l’Istituto Mario Negri lavora soprattutto su due fronti. Il primo è quello dell’individuazione di nuovi biomarcatori, ossia indicatori che possano aiutare a prevedere se un dato paziente risponderà o meno a un certo farmaco. “Oggi sappiamo che non tutti i pazienti rispondono allo stesso modo alle terapie - spiega Fratelli - Trovare indicatori per capire quando somministrare o meno un trattamento è alla base della medicina di precisione”. Uno dei progetti di ricerca in corso riguarda il tumore del pancreas: “È attualmente in corso uno studio clinico multicentrico, coordinato dall’IRCCS Istituto Nazionale dei tumori – Fondazione G.Pascale di Napoli, per valutare l’efficacia dell’aggiunta alla chemioterapia standard di un farmaco per il colesterolo, la simvastatina, e di un farmaco antiepilettico, il valproato. Il nostro gruppo collabora a questo progetto, analizzando le biopsie liquide (ossia semplici prelievi di sangue, ndr.) alla ricerca di marcatori che possano predire la risposta al trattamento di ogni singolo paziente”.
L’altro fronte di ricerca è l’integrazione dei dati omici. Cosa sono? Tutte quelle informazioni biologiche che vengono raccolte su larga scala. “Invece di studiare una singola molecola, cellula o tessuto separatamente, le tecnologie omiche permettono di analizzare contemporaneamente moltissime componenti, come geni, RNA, proteine e metaboliti, ottenendo una visione più ampia e integrata dei processi biologici - spiega Fratelli - È come osservare una città di cui vogliamo capire come funziona tutto il sistema, non soltanto un singolo edificio, mettendo insieme il sistema dei trasporti, quello elettrico, le infrastrutture, e così via. Un ambito di ricerca – conclude – che richiede sistemi di analisi molto complessi e che l’Intelligenza Artificiale sta fortemente accelerando”.
Tiziana Moriconi | Giornalista scientifica - Ufficio Comunicazione Istituto Mario Negri