June 3, 2021
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Vaccino contro il Covid-19 e adolescenti: sì o no?

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Vaccinate le categorie più a rischio, il prossimo step della campagna vaccinale prevede di vaccinare anche i ragazzi dai 16 anni in su. Inoltre, è appena arrivato l’ok da EMA e AIFA per vaccinare anche la fascia d’età che va dai 12 ai 15 anni.

Pfizer e Moderna: vaccino anti-Covid-19 efficace anche negli adolescenti

L’azienda newyorkese Pfizer ha reso pubblici i risultati di studi clinici in cui ragazzi tra i 12 e i 15 anni sono stati sottoposti a vaccinazione. La sperimentazione di Pfizer ha coinvolto 2.260 adolescenti negli Stati Uniti. La vaccinazione ha portato ad una buona produzione di anticorpi anti-SARS-Cov-2 neutralizzanti, dimostrando una forte immunogenicità un mese dopo la seconda dose. Il vaccino ha manifestato gli effetti collaterali generalmente attesi, come quelli osservati nei partecipanti più grandi di età. Partendo da questa evidenza, l’FDA ha autorizzato per ora l'uso del vaccino Pfizer nei bambini di età compresa tra 12 e 15 anni. Ora sta prendendo in considerazione la fascia dei bambini dai 6 mesi d’età. Lo studio sta valutando la sicurezza, la tollerabilità e l'immunogenicità del vaccino, con un programma di due dosi (circa 21 giorni a parte), in tre gruppi di età: bambini dai 5 agli 11 anni, da 2 ai 5 anni e da 6 mesi a 2 anni.

La difficoltà per i ricercatori è il dover stabilire una dose sicura ed efficace, che verosimilmente dovrà essere inferiore alla dose somministrata agli adulti o agli adolescenti.

Il 31 maggio anche EMA e AIFA si sono pronunciate a favore della somministrazione del vaccino nella fascia 12-15 anni.

Anche l’azienda Moderna, dopo aver condotto studi analoghi, ha affermato che il vaccino sviluppato da loro contro il Covid-19 è molto efficace nei ragazzi dai 12 ai 17 anni: la sperimentazione clinica effettuata negli adolescenti non ha riscontrato nessun caso di Covid-19 sintomatico nei partecipanti completamente vaccinati. Per questo motivo anche l’azienda statunitense ha richiesto alla FDA l'autorizzazione all'uso del vaccino negli adolescenti.

Perché vaccinare anche adolescenti e bambini contro il Covid-19?

La vaccinazione, come dimostrato da numerosi studi, è capace non solo di prevenire forme gravi di Covid-19 ma anche di bloccare la trasmissione dell’infezione. La vita sociale dei bambini e degli adolescenti è piuttosto attiva se paragonata a quella degli adulti, quindi vaccinare i bambini potrebbe ridurre la circolazione del virus e proteggere gli adulti più vulnerabili dall'esposizione.

Tuttavia, i bambini sembrano essere meno suscettibili degli adulti sia all'infezione che alla trasmissione del SARS-CoV-2. Per questo motivo il loro ruolo nelle catene di trasmissione è limitato, quindi vaccinarli potrebbe essere un beneficio marginale nel ridurre il rischio per gli altri.

Inoltre, va detto che il Covid-19 nei bambini al di sotto dei 12 anni è paragonabile all'influenza: i bambini soffrono solo di forme lievi dell’infezione e i dati preliminari suggeriscono che anche la malattia causata da varianti rimane lieve nei bambini piccoli.

Al momento, comunque, vaccinare i bambini non rappresenta una priorità, a meno che non si diffondesse una variante capace di causare gravi malattie anche in loro per cui la vaccinazione diventerebbe una priorità.

Esistono anche negli adolescenti e nei bambini, però, delle condizioni particolari, come tumori, malattie infiammatorie, obesità, o malattie dell’apparato respiratorio come la fibrosi cistica, che richiedono terapie prolungate con farmaci i quali deprimono il sistema immunitario. Questi ragazzi sono più a rischio di sviluppare una forma grave di Covid-19. Da qui l’ipotesi di estendere anche a loro la possibilità di essere vaccinati.

Vaccino covid e adolescenti

Ci sono stati effetti avversi dopo vaccinazione contro il Covid-19 negli adolescenti vaccinati?

Come per adulti e giovani adulti, la vaccinazione anti-Covid-19 ha provocato negli adolescenti alcuni effetti collaterali classici, come ad esempio dolore al sito dell’iniezione e alle articolazioni, mal di testa, brividi, dolori muscolari e febbre. Inoltre, anche questa fascia d’età ha riportato più effetti collaterali dopo la seconda iniezione del vaccino, rispetto alla prima.

Un numero molto ridotto di adolescenti over 16 e giovani adulti, vaccinati contro il coronavirus, ha manifestato alcuni problemi cardiaci, come riportato dai CDC americani. Le segnalazioni di miocardite sono poche e questi casi sembrano essersi verificati soprattutto negli adolescenti e nei giovani adulti maschi dopo circa quattro giorni dalla seconda dose. Analizzando i dati del database Vaccine Safety Datalink (VSD) è emerso però che i tassi di miocardite o pericardite post-vaccinazione anti-Covid-19 non differivano dalle aspettative. Nello stesso momento però vanno considerati anche dati che vengono da un altro studio. Il 24 maggio l’Advisory Group del Centers for Disease Control and Prevention (CDC) ha affermato che i dati che provengono dal Vaccine Adverse Event Reporting System (VAERS), che si basano sull’analisi di ciascuna cartella clinica, dimostrerebbero invece che la percentuale di casi di miocardite e pericardite nei vaccinati tra i 16 e 24 anni è più alta di quella che ci si potrebbe aspettare. Insomma, la questione è ancora aperta ed è necessario aspettare i risultati di altri studi o di altre analisi post-marketing.

Anche il Ministero della Salute israeliano ha riscontrato un piccolo numero di casi di infiammazione cardiaca osservati principalmente nei giovani che hanno ricevuto il vaccino di Pfizer, e per questo motivo si è pensato che queste manifestazioni potessero essere riconducibili alla vaccinazione. L’azienda americana ha dichiarato di essere a conoscenza dei casi di miocardite israeliani e ha subito affermato la mancanza di un nesso causale con il vaccino. Dalla revisione condotta dal Dipartimento per la Sicurezza dei Vaccini del Ministero della Salute israeliano, i casi di miocardite segnalati, classificati come lievi, sono stati 275 tra dicembre 2020 e maggio 2021 su più di 5 milioni di persone vaccinate. Il legame è stato osservato più tra gli uomini di età compresa tra i 16 e i 19 anni che in altre fasce di età.

La scorsa settimana l’EMA ha dichiarato che l'infiammazione cardiaca in seguito a vaccinazione con siero Pfizer non è stata motivo di preoccupazione in quanto tali incidenti sono stati simili a quelli verificatisi nella popolazione generale. Inoltre, sempre secondo l’EMA, i giovani sembrano essere particolarmente inclini alla condizione. Nella popolazione generale, infatti, sono circa 10-20 persone su 100mila a sviluppare ogni anno miocardite, che si accompagna a sintomi come affaticamento e dolore toracico, aritmie e arresto cardiaco. Al momento, il numero di casi di miocardite segnalati dopo la vaccinazione non sembra essere maggiore di quanto non la si veda normalmente nei giovani.

Nonostante i CDC americani abbiano comunicato ai medici la possibilità di un legame tra miocardite e vaccini, gli USA, così come anche l'Israele, hanno deciso di estendere la possibilità di vaccinarsi alla fascia 12-15 anni. E pochi giorni fa lo ha fatto anche l’AIFA.

In ogni caso, come spiega il Professor Giuseppe Remuzzi, il sistema immunitario dei ragazzi è più vivace e risponde a molti stimoli e alle infezioni. Gli eventi di miocarditi verificatisi sono ancora pochi per stabilire un nesso di causalità e non è escluso che per i più giovani si debba trovare il dosaggio adatto.

Vaccinare allora anche i più piccoli contro il Covid-19: sì o no?

Come sempre in questi casi, è necessario valutare il rapporto rischio-beneficio. Dal momento che il rischio dei bambini di ammalarsi è bassissimo, un rischio anche minimo di avere effetti indesiderati a causa del vaccino andrà valutato una volta che avremo a disposizione i dati degli studi.

Inoltre, è possibile che i bambini, che si infettano senza ammalarsi, possano contribuire all’immunità di popolazione. Da un lavoro pubblicato su Nature pochi mesi fa, non solo emerge questa possibilità ma anche che probabilmente saranno proprio gli asintomatici a consentirci di arrivare alla fine della pandemia. Per ora, però, non abbiamo ancora nessuna certezza.

I bambini, comunque, non trasmettono il Sars-CoV-2 così facilmente, come invece avviene negli adulti.

In un lavoro scozzese si è visto che avere uno o due bambini in casa diminuiva le probabilità di ammalarsi di Covid-19, soprattutto della forma severa. Come se la protezione che i bambini hanno naturalmente nei confronti del virus potesse essere condivisa con chi vive con loro. Le ragioni non sono ovvie: parrebbe strano che i bambini naturalmente protetti trasferissero la loro protezione agli adulti, è più facile pensare che la vita sociale di chi ha uno o due bambini in casa sia ridotta rispetto a chi non ne ha e, quindi, sia meno suscettibile al contagio. Non solo, ma gli adulti che vivono con bambini sono più esposti a comuni raffreddori rispetto a chi vive senza bambini. Questo potrebbe far diminuire il rischio di sviluppare gravi infezioni da SARS-Cov-2 grazie ad una immunità protettiva sviluppata nei confronti di altri coronavirus stagionali. Comunque la si voglia vedere, il lavoro scozzese afferma che la contagiosità dei bambini è molto bassa.

Dati analoghi agli scozzesi sono stati pubblicati su BMJ, in cui i ricercatori hanno affermato di nuovo che vivere con bambini non aveva aumentato il rischio di ammalarsi di Covid-19, almeno così era sembrato durante la prima ondata. La sorpresa fu constatare che lo stesso non si era verificato durante la seconda ondata, caratterizzata da un aumento del rischio di infezione e dei ricoveri ospedalieri per gli adulti che vivevano con i bambini di tutte le fasce di età, che però non si traduceva in un aumento di mortalità. È anche vero però che durante la seconda ondata le scuole sono rimaste aperte,aumentando la possibilità che i bambini portassero nelle case il virus.

Una meta-analisi pubblicata su Clinical Infectious Disease ha documentato, poi, che i bambini sarebbero davvero poco contagiosi. Gli autori hanno studiato 90.000 bambini in tutte le scuole del North Carolina durante la pandemia e non sono riusciti a dimostrare un singolo caso di trasmissione del virus dai bambini agli insegnanti.

Il 4 giugno Science ha invece pubblicato un lavoro sempre sui rischi derivanti dal vivere in casa con bambini in età scolare. Grazie ai risultati ottenuti analizzando un enorme numero di persone, gli autori affermano che non è possibile escludere il fatto che i bambini rappresentino un rischio per gli adulti conviventi nella stessa casa. Se, però, ci si attrezza con misure di protezione individuale adeguate questo rischio può essere controllato.

Sulla base dei dati di sicurezza dei vaccini attualmente a disposizione, che sono assolutamente impeccabili, ci aspettiamo comunque che gli studi, una volta completati, suggeriranno che i benefici del vaccino superino i rischi anche nei più piccoli. Comunque, decidere se vaccinare o meno i bambini piccoli richiede ancora un po’ di pazienza: non dobbiamo lanciarci verso una politica di questo genere finché i processi di valutazione della sicurezza del vaccino non saranno completati del tutto; d’altra parte tutti i vaccini che abbiamo visto funzionare finora negli adulti, funzionano anche nei bambini, quindi non c’è ragione che questa volta sia diverso.

Le decisioni vanno prese però in rapporto alla situazione di un determinato paese e ambiente geografico. Mentre da noi vaccinare bambini piccoli non è certamente una priorità, per tutte le ragioni che abbiamo detto sopra, in altri parti del mondo i bambini si ammalano e muoiono. Per esempio in Brasile sono morti 900 bambini sotto i cinque anni, su 467.000 morti in totale. Questi 900 bambini sono certamente tanti, perché negli Stati Uniti, dove i morti in totale sono stati 600.000, di bambini sotto i cinque anni, ne sono morti solo 113; mentre dall’inizio dell’epidemia ne sono morti più di 10.000 per incidenti stradali, violenza e altre malattie.

Perché i bambini muoiono in Brasile e non da noi? Non lo sappiamo. In Brasile però circola la variante P.1, ora chiamata gamma. Secondo un annuncio recente dell’OMS questa variante si trasmette molto facilmente in rapporto ai precedenti ceppi del virus. Questo significa che potrebbe anche sfuggire agli anticorpi prodotti dall’infezione o dalla vaccinazione. Per questo è bene essere sempre prudenti con le affermazioni, perché certezze nel campo dell’infezione da SARS-CoV-2 sono sempre relative al momento in cui si parla e all’ambiente di cui si discute.

Raffaella Gatta - Content manager

In collaborazione con Antonio Clavenna - Capo Unità di Farmacoepidemiologia - Laboratorio Salute Materno Infantile - Dipartimento di Salute Pubblica

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