
Stati Uniti e Europa hanno mantenuto per decenni la leadership globale nell’innovazione biomedica, dominando il settore della produzione dei farmaci, soprattutto oncologici. Adesso però le cose cominciano a cambiare. La Cina ha accelerato drasticamente la propria produzione scientifica, il numero di trial clinici e lo sviluppo farmaceutico: i cinesi non sono più solo fornitori di materie prime in campo farmaceutico, ma stanno conquistando un posto di primo piano nella sfida verso l’innovazione terapeutica.
Segnali di una forte ascesa cinese nell’ambito della ricerca e dei trial clinici si avvertivano già da tempo: due articoli pubblicati su Nature Reviews Drug Discovery mostrano come, a partire dal 2015, il governo cinese abbia adottato una serie di politiche per garantire percorsi accelerati per lo sviluppo e l’approvazione dei farmaci studiati soprattutto per pazienti affetti da malattie gravi e rare, sul modello di quanto era stato fatto in Occidente molto prima. Dieci anni più tardi, i risultati di quelle scelte politiche sono sotto gli occhi di tutti. A inizio 2025 quasi un terzo dei nuovi farmaci in sviluppo nel mondo è legato alla Cina, che si è affermata come secondo polo globale della ricerca biofarmaceutica dopo gli Stati Uniti.
Ma il caso clamoroso che nel 2026 ha destato una certa preoccupazione nel mondo occidentale è avvenuto a giugno, a Chicago, durante il congresso annuale dell’ASCO (American Society of Clinical Oncology, 45mila gli oncologi che hanno partecipato), il principale appuntamento mondiale dedicato all'oncologia clinica e alla ricerca sul cancro. Lì, per la prima volta in assoluto, uno dei cinque interventi principali del congresso è stato la presentazione di uno studio clinico condotto esclusivamente in Cina. “Questo ci dice che è arrivato il momento dell’industria biotech cinese” ha commentato Otis Brawley, professore alla Johns Hopkins University, che partecipa al congresso ASCO ogni anno dal 1989.
In passato, la Cina ha sempre ricoperto un ruolo di fornitore di materiale grezzo per le altre industrie farmaceutiche, prime tra tutte quella degli Stati Uniti. Grazie a queste forniture, l’industria americana poteva arrivare a sintetizzare i farmaci da immettere sul proprio mercato. Parte delle molecole base restavano anche in Cina e seguivano iter diversi per arrivare al medicinale finito destinato alla vendita interna. Ora le cose stanno diversamente: la ricerca cinese presenta risultati sempre più interessanti e la Cina è già oggi uno dei principali poli mondiali per lo sviluppo di farmaci innovativi: con la produzione del 40% dei principi attivi farmaceutici mondiali ha superato l'Europa e si avvicina velocemente all’America.
“Le preoccupazioni sono fondate e molto concrete”, ha dichiarato Robert Califf, medico e già commissario della Food and Drug Administration a proposito del caso che ha suscitato la massima attenzione della comunità scientifica occidentale all’ASCO 2026. “Gli Stati Uniti sono seriamente minacciati”. Uno dei momenti chiave del congresso ha riguardato infatti la presentazione di un lavoro condotto da decine di medici e ricercatori cinesi e contemporaneamente pubblicato su The Lancet, la più autorevole rivista scientifica europea. Lo studio HARMONi-6, realizzato interamente in Cina, ha dimostrato come ivonescimab, un innovativo anticorpo bispecifico e antiangiogenico (riduce la vascolarizzazione e quindi il nutrimento del tumore), in combinazione con la chemioterapia, migliori significativamente la sopravvivenza nei pazienti con tumore del polmone non a piccole cellule (NSCLC) squamoso. I dati dimostrano che la terapia ha ridotto del 34% il rischio di morte nei malati di tumore al polmone in stadio avanzato rispetto alla cura standard in Cina. “Il trial clinico ha dimostrato il miglioramento di tutti gli indici legati al tumore: le metastasi si riducono, la malattia progredisce più lentamente, la capacità polmonare è migliore rispetto a chi non fa il trattamento associato. Anche nel cancro del polmone avanzato, una fase difficile da trattare, i risultati sono stati significativi”, ha commentato Giuseppe Remuzzi, Direttore dell’Istituto Mario Negri.
I dati presentati dalla Cina sono così convincenti che le Big Pharma si sono già date da fare per ottenere l’autorizzazione allo studio e alla vendita del farmaco negli Stati Uniti. Akeso, l’azienda biofarmaceutica cinese che lo ha prodotto, ha mantenuto i diritti di sviluppo e vendita per la Cina, mentre ha concesso al gruppo statunitense Summit Therapeutics la licenza di sviluppare e commercializzare il farmaco per Stati Uniti, Canada, Europa e Giappone.
Resta da chiedersi se l’efficacia del trattamento verrà confermata anche da noi. “La risposta potrebbe non essere la stessa dei cinesi per gli europei e gli americani”, ha spiegato Remuzzi. “Ci sono differenze sostanziali nei caucasici - genetica, ambiente, numero di fumatori, una dieta molto diversa – che potrebbero dare risultati non altrettanto soddisfacenti”. Anche la cura di confronto è diversa da quella che si usa nel nostro Paese.
I trial clinici condotti in Cina non minano solo il primato di America e Europa nel campo delle biotecnologie per la salute, ma si traducono in tempo perso per i pazienti. Mentre ivonescimab è già approvato e in uso in Cina, negli Stati Uniti il gruppo Summit Therapeutics sta completando l'iter per l'immissione in commercio del farmaco, che avverrà solo dopo aver completato nuovi trial clinici.
Ma più in generale a perderci è l’intera comunità scientifica, data la crescita di un nuovo protezionismo nel settore. Robert F. Kennedy Jr., Segretario alla Salute del governo Trump, ha commentato il fenomeno con un’espressione poco felice: “China is eating our lunch”. Insomma, non ci stanno più solo copiando, ci stanno soffiando direttamente il piatto. In questo clima, le Biotech americane sono corse ai ripari e tendono a proteggere eccessivamente scoperte e dati preliminari, evitando di presentarli ai congressi. Negli ultimi anni gli Stati Uniti hanno poi adottato misure esplicitamente pensate per arginare la concorrenza cinese nel settore, come il Biosecure Act, entrato in vigore a fine 2025. La legge vieta espressamente a un’istituzione che riceve fondi pubblici dal governo di Washington di collaborare o usare prodotti biotech sviluppati da imprese considerate legate a Paesi “avversari” (come la Cina). “Questo atteggiamento è sbagliato – commenta Remuzzi – perché la ricerca dovrebbe essere aperta, se fatta nell’interesse dei malati. Se tutti proteggono i propri risultati si avanza molto più lentamente e tutto diventa più complicato”.
La crescita esponenziale della Cina nel settore farmaceutico e biotech non è casuale. Lo dimostra il numero, in forte crescita, degli studi pubblicati sulle più autorevoli riviste scientifiche di tutto il mondo. In base ai dati dell’osservatorio del Lancet e del New England Journal of Medicine, il numero degli articoli sottomessi dai ricercatori cinesi alle riviste scientifiche è passato in pochi anni dal 10 al 40 percento. E se prima gli articoli cinesi accettati erano pochi, tra l’1 e il 2 percento, ora sono il 15 percento. Segno non solo di un aumento significativo della produzione scientifica, ma anche della qualità. Ma se le garanzie sui farmaci cinesi ci arrivano direttamente dalla comunità internazionale e dalla crescente qualità delle loro pubblicazioni, bisogna considerare che le ricerche in Cina sono fatte con standard diversi da quelli europei e americani. Potremo quindi fidarci dei nuovi farmaci cinesi? In futuro, FDA e EMA dovranno porsi questa domanda sempre più spesso e sempre più velocemente.
Riferimenti:
Nature Reviews Drug Discovery 24, 492-493 (2025)
Nature Reviews Drug Discovery 25, 586-587 (2026)
Laura Generali, giornalista | Ufficio Comunicazione Mario Negri