ultimo aggiornamento:
26/10/2022
April 28, 2022

Arresto cardiaco: cause, sintomi e cure

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L’arresto cardiaco è un’interruzione dell’attività cardiaca e respiratoria, che causa la perdita di coscienza.

Il cuore si ferma e smette di pompare sangue in tutto il corpo. Questa situazione non permette l’arrivo di sangue ossigenato al cervello che, in poco tempo, può subire danni seri e anche irreversibili, arrivando addirittura al decesso.

Quando una persona ha un arresto cardiaco perde conoscenza e non respira.

L’interruzione dell’attività cardiaca è determinata da alterazioni dell’attività elettrica del cuore, cioè aritmie, che ne impediscono la contrazione efficace.

Arresto cardiaco e infarto: cause e differenze

È importante precisare che l’arresto cardiaco e l’infarto sono due cose diverse, nonostante spesso vengano confuse. Se con il termine “arresto cardiaco” si intende l’improvvisa e completa interruzione dell’attività di tutto il cuore e la conseguente interruzione di circolo in tutto l’organismo, con il termine “infarto” si fa riferimento al danno provocato solo ad una porzione del cuore a causa dell’occlusione di un’arteria che porta il sangue al tessuto muscolare cardiaco (arteria coronaria). Questa occlusione causa l’interruzione del flusso sanguigno e dell’apporto di ossigeno provocando la disfunzione o la morte di una parte del tessuto cardiaco. La persona colpita da infarto è di solito cosciente e avverte sintomi tipici.

L’infarto può però diventare causa di arresto cardiaco. Circa il 70% degli arresti cardiaci, infatti, presenta un infarto del miocardio sottostante.

Qual è l’epidemiologia dell’arresto cardiaco?

L’arresto cardiaco rappresenta la terza causa di morte nei paesi industrializzati. È comunque un problema di salute mondiale, quindi sicuramente sottostimato.
In Europa, ogni anno muoiono oltre 400.000 persone a causa di questo evento – lo stesso vale negli Stati Uniti e per molte altre parti del mondo. In Italia ogni anno sono 60.000 le persone colpite da arresto cardiaco.

Quali sono i fattori di rischio che predispongono ad un arresto cardiaco?

Il primo fattore di rischio che predispone all’arresto cardiaco è sicuramente l’età. Questo fenomeno generalmente colpisce di più gli uomini rispetto alle donne, anche se sopra i 50 anni si raggiunge la parità. L’età critica è dai 45 anni in su.

Altri fattori di rischio che predispongono all’arresto cardiaco sono:

  • ipertensione arteriosa
  • obesità
  • alterazioni nei livelli sanguigni di colesterolo e trigliceridi (dislipidemie)
  • diabete
  • aterosclerosi
  • fumo di sigaretta
  • vita stressante
  • infarto pregresso
  • patologie del cuore, come la cardiomiopatia dilatativa
  • anomalie elettrocardiografiche come difetti di conduzione intraventricolare
  • incapacità del cuore di pompare la quantità di sangue necessaria all’organismo (scompenso cardiaco)
  • elevata frequenza cardiaca a riposo.

Vi possono essere anche dei fattori scatenanti, come sforzi intensi, forti emozioni o stress.

Quali sono i sintomi di un arresto cardiaco?

L’arresto cardiaco è un evento che avviene in maniera improvvisa ed inattesa, con o senza segni premonitori. Può manifestarsi, infatti, in totale assenza di sintomi o essere preceduto dai sintomi tipici dell’infarto, se questo ne costituisce la causa. Esempi di sintomi sono:

  • dolore intenso al petto, con possibile irradiazione al braccio sinistro e a tutta la parte sinistra del corpo;
  • dolore alle spalle;
  • dolore alla "bocca dello stomaco" (epigastrio);
  • dolore alla mandibola;
  • sensazione di peso nella parte retrosternale;
  • nausea;
  • vomito;
  • sudorazione eccessiva;
  • affanno (dispnea).

Come si cura l’arresto cardiaco?

Esistono solo due tipi di intervento che si sono dimostrati efficaci nel migliorare inequivocabilmente la sopravvivenza del paziente colpito da arresto cardiaco: le manovre di supporto vitale di base (Basic Life Support) e la defibrillazione precoce nei soggetti per i quali è indicata.

arresto cardiaco

Il successo della guaribilità di un arresto cardiaco si basa sulla identificazione rapida dell’assenza di polso e nell’intraprendere rapidamente le manovre di rianimazione cardiopolmonare, necessarie per sostituire la funzione cardiaca e respiratoria. Tutto ciò allo scopo di ritardare i danni cerebrali che possono sopraggiungere nel giro di minuti.

Qual è la prognosi in seguito ad arresto cardiaco?

Nonostante gli sforzi fatti negli ultimi decenni, volti a migliorare la qualità delle manovre di rianimazione, oggi meno del 10% dei pazienti colpiti da un arresto cardiaco sopravvive all’evento in buone condizioni di salute.

Uno dei problemi maggiori nella gestione di questi pazienti è l’elevata mortalità intraospedaliera in seguito al successo della rianimazione, a causa della sindrome post-arresto cardiaco, caratterizzata da disfunzioni a carico del cuore e del cervello. Questa sindrome si presenta nel 70% dei pazienti che sopravvive all’arresto cardiaco. Inoltre, tra i pazienti che riescono ad essere dimessi dall’ospedale, la maggior parte presenta dei danni neurologici, che si manifestano con alterazioni cognitive di vario grado, da deficit di memoria fino a condizioni di stato vegetativo permanente e morte cerebrale.

Qual è l'impegno del Mario Negri nella ricerca sull'arresto cardiaco?

L’attività di ricerca del Dipartimento di Medicina Cardiovascolare nell’ambito dell’arresto cardiaco e della rianimazione cardiopolmonare ha lo scopo di valutare nuove strategie terapeutiche per ridurre il danno a carico del cuore e del cervello dopo l'avvenimento di questo problema. Di particolare rilievo, tra le strategie proposte, è l’impiego di un gas nobile, l’argon, nel trattamento della disfunzione neurologica che si verifica dopo rianimazione. Dopo una lunga serie di studi in laboratorio che ne hanno dimostrato l’efficacia, è appena cominciata la prima sperimentazione sull’uomo con un trial di fase 1-2 volto a validarne gli effetti clinici. Infine, sono in corso altre sperimentazioni per testare la neuroprotezione fornita da altri gas con proprietà biologiche, come l’idrogeno, in aggiunta all’argon.

I ricercatori del Laboratorio di Fisiopatologia Cardiopolmonare, inoltre, si occupano di approfondire i meccanismi molecolari alla base del danno cardiaco e cerebrale che si verifica dopo l’arresto e di sviluppare nuovi protocolli di defibrillazione che ne migliorino l’esito.

Francesca Fumagalli - Unità di Ricerca Preclinica Cardiovascolare - Laboratorio di Fisiopatologia Cardiopolmonare - Dipartimento di Medicina Cardiovascolare

Giuseppe Ristagno - Laboratorio di Fisiopatologia Cardiopolmonare - Dipartimento di Medicina Cardiovascolare

Editing Raffaella Gatta - Content Manager

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