ultimo aggiornamento:
April 28, 2022

Arresto cardiaco: cause, sintomi e cure

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L’arresto cardiaco è un’interruzione dell’attività cardiaca e respiratoria, che causa la perdita di coscienza.

Il cuore si ferma e smette di pompare sangue in tutto il corpo. Questa situazione non permette l’arrivo di sangue ossigenato al cervello che, in poco tempo, può subire danni seri e anche irreversibili, arrivando addirittura al decesso.

Quando una persona ha un arresto cardiaco perde conoscenza e non respira.

L’interruzione dell’attività cardiaca è determinata da alterazioni dell’attività elettrica del cuore, cioè aritmie, che ne impediscono la contrazione efficace.

Arresto cardiaco e infarto: cause e differenze

È importante precisare che l’arresto cardiaco e l’infarto sono due cose diverse, nonostante spesso vengano confuse. Se con il termine “arresto cardiaco” si intende l’improvvisa e completa interruzione dell’attività di tutto il cuore e la conseguente interruzione di circolo in tutto l’organismo, con il termine “infarto” si fa riferimento al danno provocato solo ad una porzione del cuore a causa dell’occlusione di un’arteria che porta il sangue al tessuto muscolare cardiaco (arteria coronaria). Questa occlusione causa l’interruzione del flusso sanguigno e dell’apporto di ossigeno provocando la disfunzione o la morte di una parte del tessuto cardiaco. La persona colpita da infarto è di solito cosciente e avverte sintomi tipici.

L’infarto può però diventare causa di arresto cardiaco. Circa il 70% degli arresti cardiaci, infatti, presenta un infarto del miocardio sottostante.

Qual è l’epidemiologia dell’arresto cardiaco?

L’arresto cardiaco rappresenta la terza causa di morte nei paesi industrializzati. È comunque un problema di salute mondiale, quindi sicuramente sottostimato.
In Europa, ogni anno muoiono oltre 400.000 persone a causa di questo evento – lo stesso vale negli Stati Uniti e per molte altre parti del mondo. In Italia ogni anno sono 60.000 le persone colpite da arresto cardiaco.

Quali sono i fattori di rischio che predispongono ad un arresto cardiaco?

Il primo fattore di rischio che predispone all’arresto cardiaco è sicuramente l’età. Questo fenomeno generalmente colpisce di più gli uomini rispetto alle donne, anche se sopra i 50 anni si raggiunge la parità. L’età critica è dai 45 anni in su.

Altri fattori di rischio che predispongono all’arresto cardiaco sono:

  • ipertensione arteriosa
  • obesità
  • alterazioni nei livelli sanguigni di colesterolo e trigliceridi (dislipidemie)
  • diabete
  • aterosclerosi
  • fumo di sigaretta
  • vita stressante
  • infarto pregresso
  • patologie del cuore, come la cardiomiopatia dilatativa
  • anomalie elettrocardiografiche come difetti di conduzione intraventricolare
  • incapacità del cuore di pompare la quantità di sangue necessaria all’organismo (scompenso cardiaco)
  • elevata frequenza cardiaca a riposo.

Vi possono essere anche dei fattori scatenanti, come sforzi intensi, forti emozioni o stress.

Quali sono i sintomi di un arresto cardiaco?

L’arresto cardiaco è un evento che avviene in maniera improvvisa ed inattesa, con o senza segni premonitori. Può manifestarsi, infatti, in totale assenza di sintomi o essere preceduto dai sintomi tipici dell’infarto, se questo ne costituisce la causa. Esempi di sintomi sono:

  • dolore intenso al petto, con possibile irradiazione al braccio sinistro e a tutta la parte sinistra del corpo;
  • dolore alle spalle;
  • dolore alla "bocca dello stomaco" (epigastrio);
  • dolore alla mandibola;
  • sensazione di peso nella parte retrosternale;
  • nausea;
  • vomito;
  • sudorazione eccessiva;
  • affanno (dispnea).

Come si cura l’arresto cardiaco?

Esistono solo due tipi di intervento che si sono dimostrati efficaci nel migliorare inequivocabilmente la sopravvivenza del paziente colpito da arresto cardiaco: le manovre di supporto vitale di base (Basic Life Support) e la defibrillazione precoce nei soggetti per i quali è indicata.

arresto cardiaco

Il successo della guaribilità di un arresto cardiaco si basa sulla identificazione rapida dell’assenza di polso e nell’intraprendere rapidamente le manovre di rianimazione cardiopolmonare, necessarie per sostituire la funzione cardiaca e respiratoria. Tutto ciò allo scopo di ritardare i danni cerebrali che possono sopraggiungere nel giro di minuti.

Qual è la prognosi in seguito ad arresto cardiaco?

Nonostante gli sforzi fatti negli ultimi decenni, volti a migliorare la qualità delle manovre di rianimazione, oggi meno del 10% dei pazienti colpiti da un arresto cardiaco sopravvive all’evento in buone condizioni di salute.

Uno dei problemi maggiori nella gestione di questi pazienti è l’elevata mortalità intraospedaliera in seguito al successo della rianimazione, a causa della sindrome post-arresto cardiaco, caratterizzata da disfunzioni a carico del cuore e del cervello. Questa sindrome si presenta nel 70% dei pazienti che sopravvive all’arresto cardiaco. Inoltre, tra i pazienti che riescono ad essere dimessi dall’ospedale, la maggior parte presenta dei danni neurologici, che si manifestano con alterazioni cognitive di vario grado, da deficit di memoria fino a condizioni di stato vegetativo permanente e morte cerebrale.

Qual è l'impegno del Mario Negri nella ricerca sull'arresto cardiaco?

L’attività di ricerca del Dipartimento di Medicina Cardiovascolare nell’ambito dell’arresto cardiaco e della rianimazione cardiopolmonare ha lo scopo di valutare nuove strategie terapeutiche per ridurre il danno a carico del cuore e del cervello dopo l'avvenimento di questo problema. Di particolare rilievo, tra le strategie proposte, è l’impiego di un gas nobile, l’argon, nel trattamento della disfunzione neurologica che si verifica dopo rianimazione. Dopo una lunga serie di studi in laboratorio che ne hanno dimostrato l’efficacia, l’applicazione di tale terapia nei pazienti si trova attualmente alla prima fase di validazione clinica.

I ricercatori del Laboratorio di Fisiopatologia Cardiopolmonare, inoltre, si occupano di approfondire i meccanismi molecolari alla base del danno cardiaco e cerebrale che si verifica dopo l’arresto e di sviluppare nuovi protocolli di defibrillazione che ne migliorino l’esito.

Francesca Fumagalli - Unità di Ricerca Preclinica Cardiovascolare - Laboratorio di Fisiopatologia Cardiopolmonare - Dipartimento di Medicina Cardiovascolare

Giuseppe Ristagno - Laboratorio di Fisiopatologia Cardiopolmonare - Dipartimento di Medicina Cardiovascolare

Editing Raffaella Gatta - Content Manager

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