ultimo aggiornamento:
July 18, 2022

Il diabete: cause, sintomi e cure

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 Il diabete mellito, o più semplicemente diabete, è una patologia dovuta ad un aumento nel sangue della glicemia, ovvero dei livelli di zucchero (glucosio). Il termine mellito deriva dal fatto che le urine diventano dolci (dal latino mellitus, “dolce come il miele”) a causa della grande quantità di zuccheri eliminati dal rene.

Alla base della comparsa del diabete c’è una insufficienza nella quantità d’insulina, prodotta dal pancreas, oppure uno scorretto funzionamento biologico dell’ormone, che non riesce più a controllare bene la glicemia.

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Quanti tipi di diabete mellito esistono?

Il diabete mellito è una malattia che racchiude in sé tante patologie diverse, tutte accomunate da livelli alti di glicemia.

Si distinguono:

  • il diabete di tipo 1 o insulino-dipendente;
  • il diabete di tipo 2 o non-insulino-dipendente;
  • il diabete gestazionale;
  • il diabete monogenico (MODY, maturity-onset diabetes of the young)
  • il diabete secondario ad altra patologia, come per una malattia del pancreas, o provocato da specifici farmaci, come ad esempio il cortisone.

Diabete mellito e insipido: che differenza c’è?

Il diabete insipido è totalmente diverso dal mellito, in quanto non si caratterizza dagli alti livelli di glicemia nel sangue, ma da un’eccessiva diuresi e sete insaziabile.

Questa malattia è dovuta a una scarsa o assente produzione della vasopressina o da una mancata sensibilità dei reni all’azione di questo ormone. Infatti, la vasopressina, un ormone antidiuretico, ha come compito quello di stimolare il riassorbimento dell’acqua a livello renale e di regolare la diuresi.

Quali sono le cause del diabete?

Il diabete tipo 1 è di origine autoimmune: le cellule pancreatiche che producono insulina vanno incontro ad una progressiva autodistruzione, non riuscendo così più a controllare i livelli di zucchero nel sangue. Gli anticorpi responsabili di tale autodistruzione sono probabilmente prodotti in risposta ad un virus o ad agenti tossici ambientali. Una bassa o assente produzione d’insulina fa si che l’insulina diventi una terapia salvavita nei pazienti con diabete di tipo 1, chiamato per questo diabete insulino-dipendente.

I sintomi possono comparire soprattutto durante l’infanzia e l’adolescenza, manifestandosi raramente dopo i 40 anni. Esiste però una variante del diabete tipo 1, chiamata LADA (Latent Autoimmune Diabetes of the Adult), in cui l’attacco autoimmune alle cellule del pancreas è più lento, tanto che la malattia compare in età più avanzata e si sviluppa nell’arco di parecchi anni.

Il diabete tipo 2 è dovuto ad alterazioni genetiche ed epigenetiche (cioè fattori ambientali) e presenta un decorso lento. Il deficit di insulina risulta meno grave rispetto a quello tipico del diabete di tipo 1.

Il diabete di tipo 2 non è una malattia autoimmune e i meccanismi alla base della patologia possono essere:

  • un vero e proprio deficit di insulina;
  • uno scorretto funzionamento dell’ormone o la presenza di resistenza all’insulina;
  • una combinazione dei precedenti.

Il diabete gestazionale è quello che può comparire durante la gravidanza e che, di solito, scompare dopo il parto. Le donne, però, che hanno avuto il diabete gestazionale durante la prima gravidanza risultano maggiormente esposte alla probabilità di sviluppare di nuovo diabete gestazionale in gravidanze successive e diabete di tipo 2 durante la loro vita.

Il diabete monogenico è causato da un singolo difetto genetico che porta ad alti livelli di glicemia (iperglicemia). Questo tipo di diabete è ereditario: se un genitore è malato, lo saranno di sicuro anche i suoi figli. L’esempio classico è il MODY, Maturità Onset Diabetes of the Young, di cui esistono molte varianti in base al gene interessato. Di questa categoria fanno parte poi anche il diabete neonatale, rarissimo, e altre varianti ugualmente rare.
 
Infine, il diabete secondario può essere causato dalla presenza di altre malattie o dall’assunzione di farmaci come il cortisone. Certe patologie determinano la distruzione delle cellule pancreatiche beta o causano resistenza all’azione dell’insulina. Esempi delle prime sono le pancreatiti, la fibrosi cistica, il tumore al pancreas, mentre delle seconde l’acromegalia, la sindrome di Cushing e il feocromocitoma.

Quanto è diffuso il diabete mellito?

Il diabete è una malattia molto diffusa: in Italia sono circa 3.5 milioni le persone a cui è stato diagnosticato con un aumento di circa il 60% negli ultimi 20 anni. Purtroppo, si pensa che tantissimi altri siano malati senza saperlo, tanto che il numero reale dei diabetici in Italia superi i 4 milioni.

Il diabete più comune è quello di tipo 2 e solo circa un 5% della popolazione presenta diabete tipo 1.

Quali sono i fattori di rischio del diabete?

I fattori di rischio del diabete di tipo 1 sono familiarità, l’essere affetti da altre malattie autoimmuni, come ad esempio artrite reumatoide, vitiligine etc, o la presenza di malattie autoimmuni fra genitori e fratelli/sorelle.

I fattori di rischio del diabete di tipo 2 sono fondamentalmente tre:

  1. sovrappeso/obesità
  2. mancanza di esercizio fisico
  3. fattori socioeconomici, nel senso che le persone meno avvantaggiate socialmente ed economicamente sono quelle più colpite, considerando che presentano maggiore stress psicosociale, minor accesso all’educazione sanitaria e alle cure e hanno meno possibilità nella scelta di una alimentazione adeguata.

Altri fattori di rischio importanti sono: ipertensione arteriosa, alterazioni del metabolismo dei grassi (basso livello di colesterolo HDL e/o alti livelli di trigliceridi) e abitudine del fumo.

Il diabete è una malattia ereditaria?

Il diabete, nella maggior parte dei casi, non è una malattia ereditaria: un genitore diabetico non deve per forza trasmettere alla sua prole la malattia.

Va però detto che esiste una predisposizione genetica, soprattutto nel caso del diabete di tipo 2. Ciò vuol dire che se si ha genitore o un fratello/sorella diabetico (parenti di primo grado) si è esposti ad un maggior rischio di sviluppare la malattia rispetto a chi non ha parenti affetti.

Quali sono i sintomi del diabete?

Spesso, il diabete non si manifesta attraverso disturbi particolari. Tra i sintomi più caratteristici, comunque, ritroviamo una sete intensa (polidipsia), una frequente necessità di urinare in maniera abbondante (poliuria) e un aumento dell’appetito (polifagia).

Nelle persone affette da diabete tipo 1, che spesso vanno incontro ad una importante perdita di peso, la malattia esordisce in maniera piuttosto forte causando malessere, sonnolenza e odore di acetone nell’alito.

Il diabete di tipo 2, invece, viene scoperto spesso in occasione di esami di laboratorio e quindi in assenza di specifici disturbi.

Come avviene la diagnosi di diabete mellito?

Una persona è malata di diabete se la glicemia misurata attraverso gli esami del sangue a digiuno risulta superiore a 126 mg/dl.

Ci sono però anche altri metodi in cui può essere eseguita la diagnosi.

Se si presentano sintomi correlabili al diabete, oppure si pensa di essere a rischio di svilupparlo per familiarità, oppure dagli esami del sangue la glicemia risulta alta, si può effettuare il test dell’emoglobina glicosilata (HbA1c). L’emoglobina è una proteina del sangue deputata al trasporto dell’ossigeno. Questo test permette di monitorare la glicemia sul lungo periodo in quanto si basa sulla irreversibilità della glicosilazione dell’emoglobina, cioè una modificazione strutturale che comporta l’adesione di una molecola di zucchero alla proteina. Le persone affette da diabete presentano valori più elevati di HbA1c (maggiori del 6,5%). Perché questo test da informazioni sul lungo periodo? Perché l'emoglobina glicosilata, racchiusa all'interno dei globuli rossi, circola nel sangue per circa tre mesi, che poi è il periodo di durata media della vita di un globulo rosso.

Un altro esame diagnostico è il test di tolleranza al glucosio o di carico di glucosio. Una glicemia maggiore o uguale a 200mg/dl, dopo due ore dalla somministrazione orale di glucosio a digiuno, è indicativa della malattia.

Quali sono le conseguenze del diabete?

La non modificazione dei fattori di rischio cardiovascolare e i livelli costantemente alti di zucchero nel sangue possono aumentare il rischio di danni ai vasi sanguigni, sia grandi che piccoli. Tra le gravi complicanze dovute al diabete si elencano:

  • danni neurologici o neuropatie, che causano deficit sensitivi, motori, visivi, acustici;
  • danni renali o nefropatia, che interessano le strutture filtranti del rene (i glomeruli) e che possono portare in casi estremi alla dialisi;
  • danni oculari o retinopatie, ad esempio peggioramento della vista fino alla cecità;
  • danni cardio-cerebrovascolari, che possono portare ad infarto del miocardio, a cardiopatia ischemica, insufficienza cardiaca e a ictus cerebrale-depressione.

Come prevenire il diabete?

Purtroppo, oggi non è ancora possibile prevenire l’insorgenza del diabete di tipo 1. Non esiste nessuna evidenza scientifica che dimostri come attraverso un particolare stile di vita o assumendo determinati farmaci si possa evitare di ammalarsi di questa malattia.

Discorso diverso, invece, per il diabete di tipo 2. La prevenzione dovrebbe cominciare già nell’adolescenza. Tenere sotto controllo il peso e seguire una dieta varia ed equilibrata sono fattori fondamentali nella prevenzione della malattia. I soggetti obesi, infatti, hanno un rischio di 10 volte maggiore di sviluppare diabete rispetto ad una persona di peso normale.

Inoltre, il rischio di sviluppare diabete di tipo 2 aumenta anche in chi consuma soprattutto cibi o bevande ricchi di zuccheri semplici o di grassi saturi ( per esempio burro, margarina, carni e formaggi grassi, olio di cocco o di palma). Anche fare attività fisica aiuta nella prevenzione. Chi svolge una vita sedentaria, trascorrendo molto tempo davanti alla TV, per esempio, ha un rischio maggiore di chi invece cammina almeno 5 Km al giorno, 3 volte alla settimana.

Quali cibi evitare in caso di diabete mellito?

In caso di diagnosi di diabete mellito, il paziente dovrà evitare l’assunzione di determinati alimenti come, ad esempio, quelli ad elevato contenuto di grassi e carboidrati (snack dolci confezionati e bevande dolci). Dovrà prediligere, quindi, alimenti a basso contenuto calorico come yogurt e cereali integrali, frutta come fragole, kiwi e mirtilli, albume d'uovo, formaggi magri come i formaggi di capra, ricotta fresca di mucca e latte scremato.

Meglio scegliere carni bianche (pollo, tacchino) e prediligere il pesce.

Inoltre, sarà fondamentale limitare le quantità di cibo, mangiando porzioni non eccessive.

Quali sono i trattamenti per curare il diabete?

Il diabete di tipo 1, non appena diagnosticato, va subito curato per evitare una grave complicanza chiamata chetoacidosi diabetica (DKA). L'unica terapia oggi disponibile è quella a base di insulina. Grazie ai moderni sistemi di somministrazione d’insulina e di monitoraggio della glicemia associati ad uno stile di vita sano, il paziente con diabete di tipo 1 riesce a condurre una vita normale e a prevenire l'insorgenza di complicazioni a lungo termine derivanti dalla malattia.

I farmaci per curare il diabete di tipo 2 sono di diverso tipo e i pazienti non sempre necessitano di una terapia insulinica. Ogni persona diabetica, infatti, può rispondere diversamente alla terapia antidiabetica. Per questo motivo è necessario sviluppare una terapia personalizzata che tenga conto del singolo quadro clinico e delle caratteristiche di ciascuna persona diabetica. In generale, è comunque possibile tenere sotto controllo la malattia monitorando la glicemia, che a digiuno e prima del pasto dovrà essere compresa tra 90-130 mg/dL, e dopo il pasto, circa 2 ore dopo, dovrà essere inferiore a 180 mg/dl. L’emoglobina glicosilata, invece, dovrà essere inferiore a 7%.

Il paziente diabetico dovrà, inoltre, tenere sotto controllo la pressione arteriosa, i cui valori dovranno essere inferiori a 130 mmHg per la pressione arteriosa sistolica e minori o uguali a 80 mmHg per la pressione arteriosa diastolica. Nel caso di coesistenza di malattia renale cronica, la pressione arteriosa sistolica dovrebbe mantenersi sotto i 120 mm Hg. Viene consigliato, poi, di tenere monitorati anche i valori di colesterolo LDL (che dovranno rimanere inferiori a 100 mg/dl) e dei trigliceridi (che dovranno essere minori di 150 mg /dL).

Raffaella Gatta - Content manager

In collaborazione con Lidia Irene Staszewsky - Laboratorio di Farmacologia Clinica Cardiovascolare - Dipartimento di Medicina cardiovascolare

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