ultimo aggiornamento:
September 19, 2022

Malattia di Alzheimer: cos’è, sintomi ed epidemiologia

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Che cos’è il morbo di Alzheimer?

La malattia di Alzheimer (AD) è la forma più comune di demenza, una malattia neurodegenerativa che uccide progressivamente le cellule nervose, soprattutto quelle nelle aree del cervello che regolano i processi di apprendimento e memoria.

Il sintomo principale dei pazienti colpiti da questa malattia è inizialmente la perdita della memoria a breve termine.

La progressione della malattia può avere tempi molto diversi, rendendo il paziente sempre meno capace di svolgere anche le più semplici azioni quotidiane, privandolo della sua indipendenza, fino a non riconoscere più i propri famigliari.

Il cervello viene danneggiato a diversi livelli: oltre alla degenerazione delle cellule nervose, si hanno anche danni ai vasi sanguigni e uno stato di infiammazione cerebrale persistente.

Come stimato dalla Società Internazionale dell’Alzheimer Disease, questa malattia colpisce ad oggi circa 55 milioni di persone nel mondo, un numero destinato a crescere ulteriormente in misura significativa.

Quali sono le principali cause della malattia di Alzheimer?

La malattia di Alzheimer si distingue in:

  • forma familiare, che dipende dalla presenza di mutazioni genetiche. Rappresenta circa il 10% dei casi e generalmente si manifesta prima dei 60-65 anni di età;
  • forma sporadica, responsabile del restante 90% dei casi, non è associata a una causa specifica riconosciuta, anche se l’età resta il principale fattore di rischio. Si manifesta dopo i 65 anni di età e, sebbene non sia geneticamente indotta, è stata rilevata una predisposizione familiare.

Il processo neurodegenerativo alla base della malattia è complesso. I depositi nel cervello di aggregati di proteina β amiloide (), sono il fenomeno patologico più precoce. Ci sono diversi tipi di aggregati che si formano nel cervello e che si distinguono in base alla loro dimensione e complessità strutturale: da piccoli aggregati (oligomeri) alle diffuse “placche senili” tipiche di questa malattia. Diversi studi, compresi quelli svolti nei laboratori del Mario Negri, hanno messo in evidenza come i piccoli aggregati possano essere responsabili delle disfunzioni neuronali alla base dei disturbi cognitivi che caratterizzano la malattia. Oltre ai depositi di Aβ, un’altra lesione tipica della malattia di Alzheimer è la formazione all’interno dei neuroni di “grovigli neurofibrillari” composti da aggregati di un’altra proteina, chiamata proteina Tau. Oltre ai neuroni, lo scenario che porta alla manifestazione di questa patologia vede coinvolte anche altre cellule presenti nel cervello. In particolare, le cellule gliali che, attivate dagli aggregati della proteina β amiloide o da altri elementi, rilasciano fattori tossici, i quali innescano, a loro volta, un processo neuroinfiammatorio cronico che porta a morte dei neuroni. Un circolo vizioso, che si auto-sostiene ed è molto difficile da arrestare.

Alzheimer: fasi e diagnosi della malattia

Le fasi della malattia di Alzheimer sono essenzialmente tre, contraddistinte dal grado di declino cognitivo che da lieve diventa moderato e infine molto grave nelle fasi tardive della malattia. Inizialmente, quindi, è proprio l’insorgere di sintomi quali la disattenzione, la perdita della memoria degli eventi più recenti, le difficolta di linguaggio ad allarmare sulla possibile presenza della malattia.

Diagnosticare la malattia di Alzheimer, però, non è semplice. Anche se nel corso del tempo lo sviluppo di indagini neuropsicologiche e l’utilizzo di strumentazioni tecnologicamente avanzate hanno consentito di riconoscere la malattia di Alzheimer rispetto ad altri tipi di demenza, la diagnosi definitiva viene fatta solo post-mortem con l’esame autoptico del cervello, quando si conferma la presenza delle placche senili e dei grovigli neurofibrillari.

Purtroppo, è molto difficile riconoscere la malattia nelle sue prime fasi, perché si ritiene che i neuroni inizino a danneggiarsi molti anni prima rispetto a quando si manifestano i primi sintomi cognitivi visibili. Questa condizione rende difficile riuscire a fermare il processo patologico e ripristinare le funzioni cerebrali, e potrebbe spiegare i numerosi fallimenti accumulati negli anni con le terapie principalmente dirette contro l’Aβ, ma anche con altri meccanismi d’azione.

Ad oggi i pazienti ricevono solo cure sintomatiche che alleviano i sintomi, ma non arrestano il processo patologico, purtroppo.

Qual è la speranza di vita delle persone affette da malattia di Alzheimer?

I malati di Alzheimer hanno un’aspettativa di vita che va dai 6 ai 10 anni dall’inizio dei primi sintomi, un periodo però molto variabile e legato anche al grado di assistenza. La morte avviene principalmente per l’insorgenza di broncopolmoniti dovute ad un indebolimento delle difese immunitarie e insufficienza respiratoria, anche se può essere dovuta a complicazioni legate, ad esempio, alla rottura del femore o alle piaghe da decubito per l’eccessivo allettamento.

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Qual è l'impegno del Mario Negri nella ricerca sull'Alzheimer?

Il Dipartimento di Neuroscienze e il Dipartimento di Biochimica e Farmacologia Molecolare sono impegnati da anni nello studio della malattia di Alzheimer.

I ricercatori stanno studiando diverse potenziali strategie terapeutiche per questa malattia, che tengano conto di più fattori scatenanti (strategia multi-bersaglio), come la proteina β amiloide o altri fattori legati alla neuroinfiammazione, ormai considerata come una possibile causa primaria. Uno studio pre-clinico pubblicato nel 2021 su Cell Death and Differentiation, ha messo in evidenza, per esempio, proprio la capacità di curare molti aspetti cruciali della malattia utilizzando solo i fattori neuro-protettivi rilasciati dalle cellule staminali.

Un recente studio pubblicato su Molecular Psychiatry, condotto in collaborazione con l'Istituto Besta, invece, ha presentato un possibile approccio terapeutico, al momento ancora in preclinica, da utilizzare in fase precoce.

Il progetto NECTAR per la ricerca sull'Alzheimer

Nell'Aprile 2021, con la collaborazione di altri 7 gruppi europei, la Dr.ssa Claudia Balducci (Unità di Neurobiologia del Disturbo Cognitivo nelle Malattie Neurodegenerative), insieme al Dr. Edoardo Micotti (Dipartimento di Neuroscienze) e al Dr. Marco Gobbi (Laboratorio di Farmacodinamica e Farmacocinetica del Dipartimento di Biochimica e Farmacologia Molecolare), viene coinvolta nel progetto NECTAR, progetto finanziato dalla Comunità Europea tramite il bando H2020-FETOPEN-2018-2020, coordinato dalla Dr.ssa Nicoletta Protti dell’Università di Pavia.

NECTAR, ovvero NEutron Capture-enhanced Treatment of neurotoxic Amyloid aggRegates - trattamento di aggregati neurotossici di amiloide, potenziato dalla cattura neutronica, è un progetto riguardante la terapia a cattura neutronica, che rientra nelle radioterapie innovative o adroterapie (le cui forme ad oggi più diffuse sono la proton-terapia e la radioterapia con ioni di carbonio). La forma più semplice e originaria di questi tipi di trattamento, ossia la radioterapia con raggi X, si è già dimostrata efficace nella cura delle amiloidosi delle vie aeree (tracheobronchiali). Questo risultato ha incoraggiato i ricercatori ad estendere lo spettro di radiazioni (appunto dai raggi X all’adroterapia a cattura neutronica) su una forma diversa di amiloidosi nel cervello, come quella tipica della malattia di Alzheimer. NECTAR è, quindi, il primo progetto di ricerca su scala europea volto a studiare l’efficacia di una radioterapia innovativa nel trattamento di questa malattia.

NECTAR è un progetto multidisciplinare che unisce competenze di fisica, ingegneria, chimica e biologia per provare a colpire e neutralizzare con un fascio di neutroni gli aggregati neurotossici di Aβ che inducono la malattia, e arrestarla.

Con la chimica svilupperemo una molecola in grado di entrare nel cervello e legare selettivamente le placche. A questa molecola saranno legati degli atomi naturali stabili che cattureranno, solo nelle placche, il fascio di neutroni inviato al cervello, senza colpire altre zone. Il raggio rompendo gli atomi scatenerà una reazione capace di distruggere le placche e stimolare una risposta delle cellule immunitarie del cervello. Queste ultime dovrebbero eliminare definitivamente i frammenti prodotti dalla reazione.

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Lo scopo finale del progetto è dimostrare l’efficacia di questa terapia nell’ eliminare/ridurre/neutralizzare gli elementi neurotossici e di fermare, o quanto meno rallentare, la malattia, inizialmente in un contesto preclinico. Saranno valutati eventuali effetti collaterali, condizione fondamentale nella prospettiva di passare da modelli di laboratorio all'uomo (ricerca traslazionale). A tale scopo, con il contributo di fisici e ingegneri presenti nel consorzio, sarà identificato il fascio di neutroni più efficace, e sicuro sia per i pazienti che per gli operatori.

Il team coinvolto nel progetto si compone di una squadra di giovani e giovanissimi ricercatori, a partire dalla responsabile del progetto, e di studenti altamente motivati a garantire il successo di NECTAR che vede coinvolti: Il Dipartimento di Fisica dell’Università di Pavia, capofila del progetto, coadiuvato da tre partner italiani tra cui l’Istituto di Ricerche Farmacologiche Mario Negri di Milano (Dipartimento di Neuroscienze & Dipartimento di Biochimica e Farmacologia Molecolare), il Dipartimento di Chimica e quello di Biotecnologie Molecolari e Scienze per la Salute dell’Università di Torino, e la start-up Raylab in collaborazione con il Laboratorio di Misure Nucleari del Politecnico di Milano. Completano la squadra quattro realtà straniere: il Laboratorio di Dosimetria delle Radiazioni Ionizzanti dell’Istituto di Radioprotezione e di Sicurezza Nucleare di Parigi, il Dipartimento di Biologia Molecolare e l’Istituto Wenner-Gren dell’Università di Stoccolma, il Centro geriatrico Haus Berge dell’ospedale universitario di Essen (Germania) e la Clinica di Radioterapia e Radiooncologia dell’ospedale universitario di Jena (Germania).

I dettagli e le novità relative al progetto NECTAR si possono trovare qui.

Claudia Balducci - Unità di Neurobiologia del disturbo cognitivo nelle malattie neurodegenerative - Laboratorio di Biologia delle Malattie Neurodegenerative - Dipartimento di Neuroscienze

Editing Raffaella Gatta - Content manager

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